
Nome: Lukha Kremo Baroncinij
- Shuji supremo di K.O.L.
- Direttore irresponsabile di Avatar
- Capo di Stato di Kaos-Sf
ICQ: 6200791
Data di nascita: 20 giugno 2050
Data di morte: 20 giugno 1950



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*loading* letture.
Lettori:
Ecco il primo capitolo:
1.0 - Le caverne dei Nouveaux Gitanes.
“...il Grande Frullatore che sta spezzettando tutti i luoghi
comuni del trio estetica-etica-etnicità, così come dei
comportamenti quotidiani e degli stili di vita.”
(Massimo Canevacci, Sincretismi, 1995)
Come dal nulla le sensazioni nacquero sul suo corpo. Un odore gelido e pungente proveniva da ogni direzione. Da lontano un frastuono metallico s’increspava a contatto con le pareti della grotta. Urla e canti di gioia si mescolavano a ipnotici scampanellii e tappeti di barriti.
Si trovava seduta su un pezzo di gommapiuma con indosso stracci che puzzavano di sudore. Nella sua testa, il nulla più assoluto.
Una figura in movimento tagliò la luce e si chinò uniformandosi con il buio. Una fiammella azzurra proveniente da una lattina tagliata in due dissipò il sipario di oscurità rivelando due iridi grigie su un volto dalla carnagione scura. Le pieghe del suo sorriso si confondevano con i peli di una barba di tre o quattro giorni. Il capo era ornato da un’ispida chioma di dreadlock.
- Salut! ¡Òla! - sorrise l’uomo, piegato sulle ginocchia. Indossava pantaloni di pelle scura e una camicia di tela.
- Oggi è il çrande giorno, Pepsi - le disse, spostando la torcia a lattina. La donna non capiva le sue parole; e non perché non parlasse la sua lingua, ma perché non ne conosceva nessuna.
L’uomo con i dread l’aveva incontrata qualche giorno prima che scalpitava a piedi nudi sul terriccio umido fuori delle caverne dei Nouveaux Gitanes. Non parlava, non aveva un nome, né un’età. Non aveva meta, né sapeva da dove veniva. Stringeva in mano una lattina di Pepsi. Il gitano l’aveva guidata all’accampamento, l’aveva sfamata e le aveva fornito un posto dove dormire. Poi le aveva dato un nome, Pepsi. Ma la donna si era sistematicamente dimenticata tutto. E ogni parola che imparava e ripeteva a fatica, poche ore dopo tornava a essere per lei un suono estraneo.
La sua memoria era come quella di alcuni pesci, che ricordano soltanto gli ultimi istanti della loro vita.
L’uomo la prese per mano e le sorrise con sicurezza: - Poubelle - scandì indicando se stesso. La donna annuì e ripeté il nome.
- Pepsi - disse poi puntando l’indice verso di lei. Le aveva ripetuto i nomi costantemente, ma ogni volta era come la prima.
Poubelle aveva così pensato a Mol, il bioingegnere delle caverne, che lavorava indistintamente con composti organici e inorganici, maneggiando il corpo umano come una macchina. Era una delle poche autorità mediche delle caverne.
Il gitano invitò Pepsi a seguirlo lungo gli angusti passaggi interni. Si sentiva ancora il ritmico suono metallico condito di urla.
I due giunsero in una grande sala naturale illuminata da fiaccole a cherosene e a petrolio purificato. Dall’alto pendevano poderose stalattiti sgocciolanti. Un intenso odore di zolfo invase le loro narici.
La grotta si allargava e il soffitto spariva a decine di metri sopra le loro teste. Poubelle si soffermò soltanto un attimo, con l’occhio vigile, davanti al via vai di gente indaffarata, poi proseguì prendendo una rampa di scale incuneata nella roccia nuda. L’odore di zolfo fu corrotto da tanfo di orina stantia.
Raggiunsero un tunnel formato da un enorme tubo laminato. RÚE CENTRAL, recitava un cartello. Le pareti erano improvvisate protezioni di plexiglas, lamiere ondulate, pannelli di cartongesso con pellicole impermeabili. Sul soffitto un’interminabile fila di plafoniere di luci ad argo funzionavano con un rapporto di due su tre. Sui lati si aprivano piccole botteghe come cripte segrete.
L’uomo proseguì, silenzioso, poi voltò e s’introdusse in un pertugio fumante che terminava in un portone. Premette un pannello sensibile. Dalla sommità dell’ingresso una microtelecamera emise ronzii a flutti regolando un grandangolo. Il gitano fece un sorriso schernitore, librando i suoi dread nell’aria.
Uno schianto elettrico scollegò la serratura. Poubelle spinse il portone e i due si ritrovarono in un laboratorio, avvolti da un’aria satura di vapore. Gli odori si disperdevano in una babele di molecole assortite, dove anche il cherosene sapeva di dolce.
Il professor Mol apparve da una vampata mostrando due capocchie di spillo come pupille: - Oh! Poubelle, komment ça vas?
Rasato, non aveva né labbra né naso; due semplici fori si trovavano al centro del volto, mentre il labbro inferiore era costituito da una placca zincata. Indossava un impermeabile di nylon. I due uomini si abbracciarono, poi il biochimico osservò la donna, più alta di lui di una decina di centimetri.
- È lej Pepsi?
Poubelle annuì. Mol prese uno scanner e lo posò sul capo della donna.
Sulla parete opposta si formò un ologramma che rappresentava l’interno del cranio della paziente, baluginando debolmente. Mol regolò il potenziometro e l’ologramma smise di palpitare acquistando ferma luminescenza.
- Dunqe, vediamo... - debuttò facendo vibrare la membrana della bocca, - qalkuno à innestato nél cervello di qésta dònna délle mikrokapsule kon puromicina e jnibitori di sinte§i protejka.
Poubelle notò che pronunciava le erre semplicemente facendo ronzare la membrana.
- La puromicina blòkka lé katéne di polipeptidi ké attivano o jnibiskono la tra§mixione sinaptika, méntre lhi jnibitori impediskono alhi acidi de§oxiribonuklejci di sintetittsare lé protejne su qj viaggiano j dati mnemònici.
- Merde!
- Pare ké qalkuno àbbia kreato délhi antiençrammi ké agiskono sulle sinapsi... - aggiunse Mol studiando l’ologramma.
- Vale, ok, très bien, - lo interruppe Poubelle - ma perké la memòria non supera pòke ore?
Le pupille di Mol si espansero sull’azzurro artificiale delle iridi.
- Mhm... in effetti la sua memòria non è e§attaménte delimitata nél tempo. La sinte§i protejka è soltanto rallentata, lé katéne polipeptidike non sono dél tutto skomparse, altrimenti il cervello non mostrerebbe alkuna attività, sarebbe in kòma. L’informatsione è ricevuta da un sistema specifiko ké la trattiene pér pòki sekondi, pòj j dati paxano in wno span di memòria ké può kontenére un pikkolo numero di eleménti mnemònici.
Mol mostrò ancora tutta l’ampiezza della membrana; infastidiva Poubelle. Quindi evidenziò una zona dell’ologramma del cranio con un cursore luminoso.
- In qésto sistema j dati pòxono rimanére qalke minuto. Ma già dopo qésti due paxaggi, la puromicina, lhi jnibitori e l’atsione délhi antiençrammi ànno già sfoltito la memòria. A qésto punto c’è un trattaménto di seletsione da parte délla kortéccia. Il dato mnemòniko dovrebbe èxere tra§méxo alla memòria a lunço termine, ma ciò non awiene.
Lo stupore di Poubelle crebbe.
- Inkredibile, - finse di capire le parole di Mol, - ma ki à lé kapacità pér un lavoro dél genere?
- Non saprej. Sikuraménte qalkuno kon wna buòna teknologia. Lé mikrokapsule sono state introdotte kon molta preci§ione, lh’impulsi elettrokimici èrano ben indirittsati. Maçari ci troviamo di fronte a wna spia. Ma non kapisko il motivo di eliminare, oltre alle konoshentse, anke la memòria korrente...
Mol spense l’ologramma. Il suo occhio destro lanciò uno sguardo alla scultura di luce che si asciugava mentre quello di sinistra continuava a fissare Poubelle, proprio come lo sguardo di un camaleonte.
Poubelle si rizzò in piedi spazientito: - Allora, ké kattso si può fare ora?
- Prima di tutto... - disse pacato senza concludere la frase. Si voltò, sparì dietro una porta e ne ritornò con un contatore Geiger.
- Può èxere radioattiva?! - si allarmò Poubelle.
Mol puntò il contatore verso la donna.
- Sé qést’aggéggio funtsiona, non lo è.
- Oh, bene. Allora? - riprese il gitano un po’ spazientito.
- Be’, dipende da té.
Poubelle diresse lo sguardo verso la donna e sospirò. Poi chiese: - Qanto wòj pér il trattaménto kompleto?
Mol inspirò profondamente, creò una risacca dentro la bocca per qualche secondo, poi espirò un vapore lattiginoso da un sottile foro come un piccolo geyser.
- Mille newdòllar pòxono andare...
- Kò§a?!
- Ma preferirej... - proseguì sordo il biochimico - ké tu mi paçaxi in natura, owiaménte. Alluminio, ça§ nòbili e alògeni, çrafite, o... - lo disse osservando avidamente i pantaloni del gitano, - pelle...!
Poubelle ci pensò un attimo.
Quando accettò, Mol gli illustrò le intenzioni: - Si pòxono jniettare purine e kodoni pér rinsaldare le katéne polipeptidike e l’acido de§oxiribonuklejko, pòj amminoacidi e nuòve protejne. Infine si può riattivare il kollettore di ençrammi kon stimoli elettrokimici, puntandoli anke sulle cellule lhiali.
- Tutto qui? - chiese Poubelle.
- Tutto qui? Dimmi, ti sémbra pòko? Kò§a mi suggerirésti di fare, eh?!
- Ok, ma Pepsi ritroverà la memòria?
- Intendiamoci suj termini, amiko. Pepsi riaqqisterà la memòria, non j rikòrdi. Mi sémbra òwio ké ki lé à fatto qésto skértso si sia prima axikurato di eliminare tutti j rikòrdi. Komunqe, a kòsto di un pò’ di silicio, pòxo inserirle qalke proçramma, kome wna linçua, eleménti di aritmetika, o lo skema délla situatsione politika, qéllo ké wòj...
- Silicio e pelle, eh?... - sussurrò Poubelle a se stesso. - Ok, mettile déntro jtaliano, francé§e, aritmetika e un pò’ di stòria e geoçrafia, pòj si vedrà.
- Dans ce ka§, all’òpera! - sogghignò Mol trattenendo a fatica la membrana, ormai rorida di saliva.