
Nome: Lukha Kremo Baroncinij
- Shuji supremo di K.O.L.
- Direttore irresponsabile di Avatar
- Capo di Stato di Kaos-Sf
ICQ: 6200791
Data di nascita: 20 giugno 2050
Data di morte: 20 giugno 1950



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15.1 - Boom!
“È un impero
quella luce che muore
o una lucciola?”
(Jorge Luis Borges, 17 Haiku)
Ma, meno di una decina di giorni dopo, le nostre coscienze vennero scosse come per un lieve ma costante spostamento d’aria.
Ci bloccammo come se il tempo si fosse preso un’arbitraria sospensione. Cos’è successo? riuscii a pensare, ma non ebbi il tempo di pronunciare la frase. Una nuova ondata bradisismica vibrò nei nostri petti, era come se l’etere si stesse scuotendo, come se la squadratura spaziotemporale si rivoltasse. Corsi a stringere Uno. Alita mi guardava con gli occhi terrorizzati. Una terza ondata, più forte delle precedenti, ci percorse l’anima, questa volta fu accompagnata da un senso di terrore profondo.
Poi la luce. La finestra si riempì di luce, era come se Dio avesse acceso una lampada immensa. Per un attimo cercai di vedere attraverso la finestra, ma non era possibile. Un vago dolore prese a percorrerci lo stomaco dal cardias al piloro, dall’Anahata, il chakra del cuore, a Manipura, quello del potere, fino allo Svadhishthana, il chakra della paura.
- Andiamo! - Era l’istinto che ci guidava. Scendemmo nella hall, dove trovammo un paio di uomini elettrici spenti, distesi sul pavimento dietro la reception. Dal portone un fascio di luce bianca penetrava come un raggio laser ad alta energia.
L’istinto ci suggerì: - Ripariamoci!
Tornammo nella camera, oscurammo i vetri e abbassammo tutte le tapparelle. Sentivamo ancora le vibrazioni di fondo, che non sembravano provenire da una direzione precisa, non riuscivamo nemmeno a distinguere se fosse un fenomeno del pianeta o qualcosa di cosmico. Ma, dentro di noi, una consapevolezza cresceva, senza che con essa maturasse il coraggio per svelare quel dubbio.
Poi qualcuno bussò alla porta.
Guardai nello spioncino. Un uomo agitatissimo, come preso da una fretta insopportabile: - Mr. Baroncinij, mix Tamara, òpen dé door, please! I’m mr. Atòra, a Sys funktionary!
Aprii. Un uomo in abiti ufficiali mi fissò con gli occhi talmente neri da non distinguerne la pupilla. Titubò un attimo, poi disse: - You must fòllow me...! - intimandoci di seguirlo e tenendo in sospeso la frase.
- Wat happens?
- K’mon, you’ve çot to kome wid me... please.
Scandii con decisione: - Wat-happens?! - L’uomo abbassò gli occhi. Sapeva che quello che stava per dirci era una tragedia per tutti, e in modo particolare per noi.
- Dé black hole’s exploded.
Non seppi distinguere se le vibrazioni successive fossero causate dall’esplosione del buco nero o dalla sua notizia. Ma non c’era differenza e in quel momento non riuscivo a pensare a cosa potesse significare un avvenimento simile, a quali milioni di conseguenze poteva portare; seppi solo afferrare Uno e Alita e seguire il funzionario.
Ci portò sul retro, nei box, evitando di esporci all’esterno. Passò una tessera per aprire una porticciola nascosta, ma non funzionò. Quindi estrasse una chiave metallica e la porta si aprì.
- Please, don’t ask me for dòse you’ll see here - disse Atora mentre s’introduceva in un corridoio freddo e angusto. - We know dat one sound’s had an axident and an explotion were happened on dé event horizont of dé black hole. Dé aster’s emittinç hiçh energy rays, inkluded radioaktive elements!
Non riuscimmo a ribattere a quelle tremende rivelazioni. Mentre Atora apriva una seconda porta blindata, si voltò a osservarci con gli occhi neri, roridi di lacrime: - We’re forced to lead you in... our bunker, dé only safe place on dis planet...
Ci trovammo in un luogo buio. Un miasma di cherosene misto a carne bruciata.
- Were we’re?!
Atora cercò qualcosa sulla parete a fianco alla porta. Poi vedemmo il suo volto illuminato da un piccolo cero. Ne accese altri due e ce li porse.
- Dé Babel 17 bunker - rispose. Era una specie di capannone industriale sotterraneo, completamente sgombro e con tre pareti prive d’intonaco. La quarta non si vedeva, perduta nel buio.
Procedendo, Atora passò con il cero sulle prime lampade a metano pensili, che innescarono un’accensione a catena di tutte le lampade.
Il funzionario disse che il bunker era molto lungo e ci condusse in quelli che chiamava uffici, che si aprivano in porte laterali. Tenevo ben stretto la mano di Uno, che aveva gli occhi spaventati, era difficile nascondergli cosa stava succedendo. Dalle indicazioni e dalle targhette sugli ingressi dei loculi ci rendemmo conto di un nome ricorrente: “Aryan Mass”. Guardai Alita che mi rispose con un’occhiata di orrore.
Atora c’ignorò, aprì una porta e ci presentò un personaggio con indosso un saio beige che chinò impercettibilmente il capo per salutarci. La stanza sembrava proprio ciò che aveva detto Atora, un ufficio, con tanto di scrivania, computer e molti schermi spenti.
- Sono Akh. E ò il piacére di konoshervi - disse stringendoci la mano. - Kome vi saréte sikuraménte akkòrti, sono il sacerdòte di qésta komunità Aryan. - Annuimmo all’unisono, tesi. Akh aveva gli occhi di un colore indefinibile, un verde-marrone molto gelido e i capelli chiari a caschetto.
- Probabilménte il buko néro è esplò§o, o komunqe à espulso wna çrande qantità di energia, investendo tutto il sistema solare - spiegò fissandoci negli occhi. - Stare all’aperto, pér il moménto, siñifika mòrte o lewcemia. Ko§ì siamo kostrétti a portarvi al sikuro, in qésto bunker a trénta metri sotto il terréno çiacciato di Karonte. - Si fermò per un attimo, sbattendo le palpebre, e riprese: - Di konseçuentsa ora sapéte di qésto bunker, la kuj e§istentsa è celata al mondo civile.
Strinsi la mano di Alita, il bunker di Babel 17 non sembrava pericoloso od ostile, ma noi sapevamo chi aveva ucciso il papa Aryan e, anche se la notizia non era stata diffusa, poteva essere trapelata fra gli alti ranghi sacerdotali.
- Ma àbbiamo deci§o di farvi accedere, anke pér j nòstri precetti kristiani. Mettétevi qésti - ci disse porgendoci dei sai. I suoi occhi nocciola chiara c’ipnotizzavano, ma la tensione andava via via scemando con la consapevolezza di non essere stati identificati come anti-Aryan.
- Adexo vi mostro wna kò§a. Tornerémo tra dieci minuti. Pér il moménto Uno è melhio ké resti kon Atòra - ordinò il sacerdote, e ci fece cenno di seguirlo. Avvicinai lo sguardo a Uno e gli dissi di stare un attimo con i due signori.
- Ok - rispose, e lo baciai.
Il sacerdote prelevò una cappa bianca da una madia e se la sistemò sopra al saio facendosi aiutare da Atora, mentre noi indossavamo i sai. Poi ci ricondusse nell’antro principale, illuminato dalla serie interminabile di lampade a metano, e prendemmo la direzione della parete invisibile.
- Konosko lé vòstre stòrie, qélle pubblike intendo, j vòstri rappòrti kon l’ASS e kon Pepsi Òtomo Klarke... e mi sémbra giusto ké anke voj sappiate qalkò§a di più di qésta komunità, visto kome sono andate lé kò§e. - Akh procedeva con tranquillità, come se l’immensa esplosione appena avvenuta all’esterno non lo riguardasse.
Intervenni: - A qanto pare... siete molto radikati... - cercai di non farla sembrare una domanda. Sorrise accennando un assenso.
- Abbastantsa. Un anno fa il pontéfice ci àvéva koncexo l’inçrexo al Vatikano, ora siamo nuovaménte konsiderati alla streçua di un’ere§ia kristiana...
Combattei contro il timore di parlare del papa assassinato, e vinsi: - Ma Pietro II à provokato wno shi§ma.
- Infatti. Kome dice il nome, l’Aryan è wna maxa, non wna gerarkia kome il klero, e Pietro II èra, diciamo, un eleménto partikolare, ké sekondo noj à sbalhiato: à divi§o, anziké wnire. Ma qésta neçatività non ci appartiene. L’Aryan cérka di wnire lé spiritualità occidentali e qélle orientali, kome voj sapéte.
La cosa sembrava interessante. Sentivo la tensione di Alita allentarsi decisamente. Continuò: - L’Aryan Max non è, kome viene dipinta, wna religione destabilizzante o wna setta d’inva§ati, è un moviménto katalizzatore kostitujto da diverse komunità. Dipende dall’w§o ké sé ne fa; dalle fattukkiere ké interpretano il futuro si arriva al politiko ké à, kome tutti j politici, vellejtà di dominio. L’Aryan Max è wna sovrastruttura, lé persone agiskono nél bene o nél male, a preshindere.
Visto che la discussione stava prendendo una via teologica, forte dei miei studi di storia, ribattei: - Kapisko. Ma non lé sémbra ké mettere insieme filosofie, religioni e pensieri diversi tra loro àbbia l’effetto di konfondere riskiando di skonfinare néll’e§oteria e nélla leggenda?
- È e§attaménte il kontrario, alméno ko§ì pensiamo noj. Il nòstro skòpo è qéllo di kiarire j rappòrti fra tutti j pensieri e di trovare un Çrande Pensiero Komune, kome lhi shentsiati cerkano wna Çrande teoria wnifikatrice, la ÇUT dej Çutters, appunto. Volhiamo separare la stòria dalla leggenda.
- E... ci siete riwshiti? - chiesi con provocazione, come a sostenere l’impossibilità dei loro intenti.
- Non ankora, ma àbbiamo skoperto molte analogie. Pér e§empio, voj sapéte qal è stato l’wnico testimone ké à visto la mòrte di Pietro, il primo intendo, ed è rimasto e§attaménte al suo posto nél centro délla kristianità kattòlica fino a òggi?
Cominciai a pensarci. Il bunker sembrava non terminare mai, l’odore di carne bruciata e di gasolio stava aumentando. Akh mi precedette nella risposta: - L’obelisko di piattsa San Pietro. Prima si trovava in mezzo al cirko dove venne ucci§o Pietro di Arimatea. Qéll’obelisko fu kostrujto in Egitto, la terra più spirituale déll’antikità, déj faraoni, di Ermete Tri§megisto. Qéll’obelisko rappre§enta più di 5.000 anni di spiritualità, trasferita pér mezzo di Kleopatra ad Auçusto préxo j Cé§ari di Romæ e infine al pontéfice. Filiatsione diretta, direj.
Akh fece una pausa e ci rendemmo conto che il miasma cominciava a essere fastidioso. Ma il sacerdote aveva il dono di attrarre la nostra attenzione: - Ge§ù Kristo, ké rappre§enta l’innesto dél monotej§mo nélla spiritualità egitsia, è anke un ebreo, il più çrande profeta musulmano dopo Maométto, un avatära indù e un bodhisattva nél Buddhi§mo. Ekko perké l’Aryan Max si sviluppò a partire dal neokristiané§imo di Reverénd Moon. Gesù è il fulkro délla spiritualità e dél mistici§mo mondiale.
- Wna volontà ratsionalizzante.
- Il kontrario, direj.
- Il kontrario?
- Wnifikatrice ma irratsionale, o melhio, prératsionale - rispose Akh. - Lhi ordini sacerdotali ebrajci e il klero kristiano da un lato, la religione shamanika dall’altro. Gesù Kristo voléva konseñare j sapéri initsiatici al pòpolo. Non c’è riwshito: la sua skonfitta si kiama Vatikano. Pér qésto volhiamo un papa déll’Aryan Max, un papa çloxolaliko.
Le digressioni di Akh aggiungevano un altro tassello alla nostra conoscenza dell’Aryan Mass. L’uomo continuava a camminare in direzione della parete oscura e il bunker non sembrava terminare mai, ma l’odore di carne bruciata e gasolio era insopportabile.
- Dove siamo diretti? - riuscì a chiedere infine Alita, per un attimo fuori dalle briglie dello sguardo del sacerdote.
- Visto ké paxeranno anni, forse decenni, prima ké poxiate wshire, tanto vale ké vi mostri l’ultimo nòstro seçréto.
Strinsi ancora la mano di Alita. In cuor nostro avevamo già intuito cosa ci stava aspettando.
Poi gradualmente le luci mostrarono un enorme piedistallo. Il soffitto s’innalzava per decine di metri, verso la superficie del pianeta, lasciando spazio al piedistallo che terminava in un imbuto gigantesco, dal diametro di una trentina di metri, completamente dorato, su cui era impresso il simbolo di una croce. A mezza altezza si apriva un’apertura circolare, con centinaia di forellini e la scritta “Inter urinam et fæces nascimur”.
- Il Çrande Tritakarne - dissi.
Akh non fiatò, fissando la costruzione.
- Ekko perké sul palattso dél Tritakarne di Miranda ò letto “Aryan Max”. Anke qéllo è òpera vòstra?!
- Sì, ma di un’altra komunità Aryan, kome molte altre komunità ànno il loro Tritakarne.
- Qanti Tritakarne e§istono?
- Non pòxo rispondere. Komunque non lo sò.
Akh ci spiegò che questo era il più importante Tritacarne e che accoglieva i cadaveri degli adepti dell’Aryan Mass di ogni pianeta che lo avessero desiderato, poiché la sua posizione, ai confini del sistema planetario, era simbolica, come un’ultima Thule.
Il sacerdote sembrava quasi immerso in una specie di meditazione, ma poi chiese: - Àvéte notato la forma?
Alzai il capo e osservai la struttura fin dove arrivava la vista. Il piedistallo si apriva in una specie di coppa.
- È... il Santo Çraal!
Akh sorrise.
- Ma... ké senso à tutto ciò?
Akh sorrise: - Lo sapéte già, immagino. Àvéte maj sentito parlare di èxe èst percipi?
Annuimmo. L’Aryan Mass, nella sua folle e spasmodica volontà unificatrice, aveva l’intento di fondere materialità e spiritualità, il Dio-universo è considerato una percezione, che racchiude materia e spirito, le idee-energia.
- La religione ratsionale è la babele déllo spirito e délla materia. Soltanto la çloxolalia può attuare la riwnifikatsione finale.
Il tremendo olezzo era insostenibile, Akh si accorse del nostro disgusto e ci fece tornare verso l’ufficio.
Strinsi ancora la mano di Alita, che, perplessa e provata, camminava a stento.
- Alita, - dissi senza farmi sentire da Akh, che ci precedeva di un paio di passi, - non prendere tròppo sul serio l’Aryan Max.
Alita alzò lo sguardo verso di me, aveva gli occhi arrossati dal fetore.
- C’è wna sola fòrtsa spirituale ké non à bi§oño di èxére tenuta insieme perké lo è sempre stata, in tutte lé epoke e in tutte lé kulture. L’Amore.
Alita si fermò fissandomi. Poi da un occhio fuoriuscì una grossa lacrima.
- Ma... staj piangendo... è impoxibile!
- Non è impoxibile. È soltanto molto difficile.
Akh, “luce” in egizio, ci riconsegnò Uno e ci assegnò una stanza del bunker.
Nelle settimane successive, quando la tempesta energetica si attenuò e i campi elettromagnetici furono nuovamente utilizzabili, giunsero notizie dalla Terra e dagli altri pianeti, tutti contaminati dalla tremenda esplosione del buco nero, dove milioni erano stati i decessi e i casi di leucemia. Ma la popolazione proseguiva la propria precaria esistenza grazie ai bunker e alle numerose cupole. Paolo VIII decretò che il Terzo segreto di Fatima, dopo la tentata apostasia papale, era giunto a completa realizzazione con l’esplosione e infine espresse il desiderio, il giorno in cui saremmo potuti uscire da Babel 17, d’incontrare Alita, pia donna salvatrice, come la definì. Sarebbe potuta diventare la prima santa cyborg!
Ciò nonostante io e Alita danzammo davanti ad Akh e Uno, sposandoci secondo il rito Aryan Mass e decidendo di avere un nuovo figlio, una femminuccia che avremmo chiamato Vera. Nulla poteva essere meglio che compiere la nostra giga finale ai confini del sistema solare, ai piedi del Santo Graal, il Grande Tritacarne.
Oggi, primo giorno del XXIV secolo, ho terminato in questo modo il romanzo, per la gioia dell’editore.
1.1.2301pC Dem
27.7.4 Hu
1.1.+201 Sys
15. Sistema Plutone-Caronte
15.0 - Voglio un lieto finale.
Le Bhare dello Strale Solare ci accudirono lungo tutti i 5.800 milioni di chilometri e si aprirono il 24 ottobre del 2300.
Mi svegliai con una tremenda sensazione di melassa gastrica in bocca e un dolorino all’altezza del piloro dello stomaco. Era stato il viaggio più lungo della mia vita, e il periodo più lungo di microibernazione. Ci misi un quarto d’ora per avere il minimo di forza per alzarmi e uscire dalla Bhara.
Indossai gli abiti, calzai i magneti e andai in zona gathering per vedere se Alita era già sveglia. Ovviamente non seppi resistere alla curiosità di sbirciare dall’oblò.
Plutone e Caronte sono vicinissimi, tanto che molti scienziati li considerano pianeta doppio. Un sottile e uniforme strato di metano vela la superficie di Plutone in modo diverso tra i due emisferi. Quello rivolto verso il compagno Caronte, infatti, è più omogeneo e ha un colore più rossiccio. A sua volta, come gesto reverenziale, anche Caronte volge verso Plutone l’emisfero più regolare, solcato da ghiacci eterni immensi a pochissimi gradi sopra lo zero assoluto. L’altra parte della superficie è invece screziata da solchi e crateri e i ghiacci seguono i rilievi. Caronte non possiede atmosfera, è territorio del Sys e fa parte della giurisdizione di Plutone, sotto il capoluogo Plutonia One. Sulla superficie di Caronte esiste un solo abitato: Babel 17.
Il supershuttle si avvicinò lentamente alla sfera ghiacciata di Plutone, dove avrebbe fatto scalo. Le fredde rocce si stesero lungo un orizzonte che rifletteva le tenuissima luce del sole, ormai visibile semplicemente come una grossa stella.
Incontrai Alita e la baciai. Mi chiese: - Kome va?
- Non riesko a rendermi konto ké sia paxato un anno e ci troviamo aj konfini dél sistema solare! - mi portò una mano sulla guancia. Era fredda, contrastava con gli occhi lucidi e caldi. Poi notai che indossava una calotta nera sulla testa; la slacciai e lentamente vidi svilupparsi una coroncina di capelli rossi, ricci e stropicciati.
- Sono kreshuti!
Alita sorrise alla mia ingenuità, quindi appoggiò il capo sulla mia spalla e si chiese: - Spero ké Uno stia bene...
Avvistammo la cupola di Plutonia One, molto vicina e coperta di metano ghiacciato. Poi avvertimmo il contatto con la pista e lo scorrere del cemento sotto gli pneumatici. Una voce comunicò l’assuolaggio. La grande maggioranza dei passeggeri scese, poi lo Strale Solare ripartì per Babel 17, che avrebbe raggiunto in un paio d’ore.
L’assuolaggio su Caronte fu gemello al primo, anche se la sensazione di essere giunti all’ultima Thule era davvero più forte. Una piccolissima cupola dispersa su un satellite completamente ghiacciato da miliardi di anni. Un sasso smarrito che sarebbe stato il testimone della nostra magica danza, suggello della nostra unione. Non solo. Una cupola dimenticata dove avrei visto per la prima volta Uno, mio figlio, ormai bimbo di quattro anni.
Lo Strale Solare toccò il suolo e percorse la pista dello spazioporto. Eravamo arrivati, ci trovavamo sul territorio del traghettatore delle anime dell’Ade.
Ci abbracciammo nuovamente, attraversammo il tunnel di attracco e fummo condotti direttamente su un taxibus, dopo un semplicissimo controllo di visti e documenti. Il mezzo fece qualche centinaio di metri per raggiungere l’ingresso della cupola di Babel 17, costituito da abitazioni di prefabbricati di lamiera e abitato prevalentemente da scienziati e militari.
Alita riconobbe subito l’aspetto tipico delle cupole del sistema solare esterno: - È peggio di Lejra Town!
Nella cupola esisteva una sola strada principale magnetizzata, attraversata da vie secondarie senza uscita.
Il taxibus si fermò davanti a una stazione militare Sys, dove scesero tre o quattro persone, quindi portò gli altri ospiti nell’unico hotel. Il nome era scritto con una luce al metano, e recitava: The lost souls. Che si riferisse al Caronte della Commedia di Dante, o all’ubicazione del pianetino?
Anime perdute o meno, entrammo in un piccolo edificio a tre piani, dove un albergatore elettrico ci chiese i documenti e ci consegnò le chiavi della camera.
Era evidente che, dopo quasi un anno di sonno, sia pur forzato, la voglia di dormire non esisteva. In compenso c’era una voglia inversamente proporzionale di stare attaccati. Appena entrati spargemmo i vestiti per la camera e ci avvinghiammo come due gatti in amore.
- Saj... - confessai, - il mio editore sarà molto kontento...
- E perké?
- Pér il finale dél libro. - Alita, sdraiata sopra di me, mi stava accarezzando dietro la nuca e mi ascoltava con gli occhi.
- Finishe kome un romanzo rò§a - dissi.
- Lo dici kome sé foxe un difetto.
- Forse lo è. Ma venderà di più. Finishe kon wna specie di matrimònio!
Alita si mise a ridere: -...Non sarà mika wna sku§a in extremis pér evitarlo?
Le coprii la bocca: - Il finale è già stato skritto... e vixero felici e kontenti!
La baciai e la strinsi con forza. I nostri corpi nudi erano attaccati e sentivo tutto il suo peso e la freddezza delle membra artificiali su di me. E tutta quella freddezza era scaldata e sciolta dal calore di quelle sue poche parti vive e del mio amore per quell’essere.
Consumammo il letto durante la settimana che ci separava dall’annunciato arrivo di Uno e Jean da Ariele. Non uscimmo mai, ci facevamo servire i pasti in camera, e, come anime perdute, osservavamo la mole gigantesca di Plutone minacciare costantemente la nostra cupola occultando per molte ore al giorno lo stellino del sole. Il nostro interesse non era volto sicuramente alle poche strade deserte e ai tristi container abitativi, ma ormai concentrato nell’attesa di Uno e della nostra danza matrimoniale.
Il 31 ottobre, giorno del suo arrivo, lo staff dell’hotel venne a sistemare un terzo letto per Uno, era il primo segno della presenza di nostro figlio. Chiamammo il taxibus per lo spazioporto.
Eravamo entrambi emozionati. L’autista elettrico riuscì a leggercelo in faccia e chiese se avessimo bisogno di aiuto. Il taxibus ci condusse fino all’interno del toboga dove riposava lo shuttle. Poco fuori, vicino a un punto di ristoro, Alita riconobbe Jean. A fianco, un ragazzino che dimostrava una decina di anni discuteva con lui.
- È Uno?!
- È nato e kreshuto su Ariele, rikòrdi? Su, vieni a salutare il nòstro bambino! - e scattò verso i due.
Rimasi qualche secondo interdetto, più che altro bloccato dall’emozione. Il nostro bambino. Siamo stati insieme non più di due settimane in questi anni e abbiamo già un bambino che dimostra dieci anni!
Alita salutò Jean e prese in braccio Uno. Li raggiunsi.
- Qésto è tuo papà: Krémo! - Lo lasciò e Uno mi abbracciò forte.
- Ciao Uno! - Mi accovacciai e lo strinsi, poi lo osservai attentamente. Aveva gli occhi azzurri e i capelli rossi, i miei lineamenti erano sapientemente mescolati a quelli naturali di Alita. Mi salutò, aveva il tono intelligente ed evoluto, rinvenni nella sua espressione lo stesso sorriso di Alita, un’accennata piega di serenità e convinzione.
E allora mi accorsi che stavo piangendo.
Sul taxibus mi misi a fianco di Uno, che già chiacchierava senza sosta, stringendolo, mentre dall’altro lato accarezzavo i nuovi capelli di Alita. Non ero mai stato così felice. Dopo anni di disavventure, viaggi e attese senza fine, improvvisamente mi ritrovavo una famiglia.
Durante il viaggio continuai a lacrimare dalla felicità. In hotel Jean mi salutò con un: - Goodniçt, lucky man! - e una pacca sulla spalla. Era davvero la mia festa, era davvero la nostra festa.
Furono ore felici, astratte. Qualche tempo dopo, nella sala dell’albergo delle “anime perdute”, ci sarebbe stata la piccola cerimonia, il nostro valzer di unione, la nostra giga d’amore.
14.8 - Venezia, Livorno.
Zuleika, o se preferite 25Sharon, consorella di clonazione di Verdenia, tornò semplicemente al suo appartamentino di Nuovamilano, in via Nanni Svampa, dove avrebbe cercato di ricominciare una nuova vita. I giorni seguenti mi assegnarono una stanza in un hotel di Romæ, Michael fu richiamato su Marte, il suo lavoro proseguiva. Salutai Zuleika e la mia ex guardia del corpo, sembrava che, una volta passato l’occhio del ciclone, la gente man mano mi abbandonasse.
Ma non era così, almeno per il momento. Mi contattò infatti un editore Demox. Era già al corrente, come molti, della mia storia caricata a bordo del Tripper 7, la sonda destinata a Proxima Centauri, e aveva tutta l’intenzione di pubblicarne il seguito. Dovevo riprendere la penna ottica dove l’avevo lasciata, dalle avventure di Pepsi su Miranda e l’incontro con il Grande Tritacarne, descrivere le vicissitudini di Psyche e l’epilogo terrestre. Il compito era divertente e l’editore mi concesse anche un bell’anticipo!
In albergo ricevetti anche una videofonata da Pepsi. Era stata liberata.
- Sì, Krémo, e§atto. Kollaborerò kon il Pansys proseçuendo le nòstre ricérke. Probabilménte finirò a Bern Cité, il Bunker è molto attrettsato...
- Ma çuarda ké ka§ualità...
- Ti riferishi a Sword, véro? - rise imbarazzata, - mi fa piacere rivedérlo, ma non sò sé la nòstra stòria andrà avanti... Tu dove saraj?
Il suo volto androgino e orientale con i biondi capelli raccolti mi stava a guardare dal visore del videocellulare.
- Ehm... non sò, Alita mi porterà a trovare Uno, nòstro filhio...
- Kompliménti, non lo sapévo...
Raccontai tutta la storia, poi la scienziata mi disse che la stavano aspettando all’aeroporto. La salutai promettendole di andarla a trovare.
Trascorsi i giorni che restavano alle dimissioni di Alita standomene chiuso in stanza a scrivere il libro senza vedere nessuno. Mi facevo portare colazione e pranzo in camera, a volte uscivo di soppiatto. Scavalcavo la rete che proteggeva il foro romano e passeggiavo coccolato dall’arco di Costantino e da ciò che rimaneva dei templi del foro. Ripensai all’Acropolis di Marduk Urbe, su Io. Ricordai quelle antichità ricostruite come scenografie di polistirolo di un colossal acchiappaspettAtori. Le divinità antiche qui erano state adorate per secoli e mi pareva di avvertire tutto l’amore, le paure e le speranze di generazioni e generazioni.
Quei momenti mi servirono per riflettere su tutta la mia storia. Non riuscivo a capire qual era stato il mio ruolo, cosa avevo rappresentato per quell’intrigo internazionale. Ero un sovversivo, un collaborazionista, un cronista forse, o un semplice cittadino?
Alita in quei giorni subì tutte le cure e le riparazioni necessarie. Le enormi spese furono sostenute dal Vaticano che, due settimane prima che la rilasciassero, fece fumata bianca: Paolo VIII era il nuovo pontefice, dichiarando inoltre che Giovanni XXVI, durante il periodo in cui si era dichiarato Pietro II, era caduto nelle maglie di Satana, realizzando la tentata apostasia di cui parlavano le profezie del Terzo segreto di Fatima, che quindi si doveva riferire a lui e non all’attentato di Giovanni Paolo II nel XX secolo.
Era il 12 ottobre 2299 quando, sulla soglia dell’ospedale cibernetico del Sacro Cuore, la rividi, bella e splendente, con la testa leggermente voluminosa cosparsa di una nuova peluria di qualche millimetro, rossiccia. Indossava pantaloni in pelle sintetica con cavallo attillato e vita bassa e un giubbotto di polimeri espansi. Il viso era di un terso pallido, i grandi occhi lievemente allungati avevano un incantevole color mogano.
- Sej bellixima.
Rise: - Smettila... - L’accarezzai sul viso e sul capo. La sua nuova pelle era vellutata, perfetta, in testa le avevano reinserito nuovi follicoli e i capelli ricominciavano a crescere. Entro un anno sarebbe tornata la bella corona vaporosa e ramata di un tempo.
- Allora, partiamo pér Ariele? - chiesi.
- Dimentiki la proméxa... - Rimasi pensoso per qualche secondo, finché non mi venne in mente: - Devo mostrarti un posto!
Ci precipitammo alla stazione con due zainetti e ci catapultammo sul primo treno. Ci stringemmo sulla stessa poltroncina, ritrovando tutta la complicità di quella prima volta sulla panchina di Marduk Urbe. Le schioccai una serie interminabile di bacini sul collo, sulla mandibola, su tutta la cute artificiale del viso, giocammo con le labbra e infine danzammo con le lingue, umettate e calde.
In un’ora e mezzo ci trovammo a Livorno. Chiamai un taxibus e gli ordinai di portarci al quartiere Venezia che, come dice il nome, ricorda l’antica città grazie a un piccolo intreccio di canali, scali e ponti pedonali.
Presi Alita per mano, costeggiando il Fosso Reale. Le imbarcazioni ormeggiate, vecchie e nuove, ondeggiavano delicatamente scosse dal passaggio di qualche lancia. L’odore del mare si mescolava a quello del pesce fresco. Sui moli qualche pescatore passava il tempo; sotto un ponte, su una pensilina, un pittore immortalava le mura mattonate dei canali.
Entrammo al Kafejo Esperanto. Un vetro opacizzato c’introdusse in un locale con luci alogene.
- Bònan vesperon! - ci salutò una voce. Ci avvicinammo al bancone, dove il barista elettrico chiese: - Kion vi vòlas trinki? - Cercai la risposta, ma Alita fu più lesta dimostrando la sua competenza per le lingue: - Ku èstas tablo por du?
- Jes.
Ci accomodammo, il locale era semideserto. Una finestra-ologramma mostrava l’immagine della terrazza Mascagni al tramonto, alcuni altoparlanti melodiavano adeguatamente il panorama. Un cameriere in livrea fucsia ci raggiunse e porse un menu.
Alita ordinò: - Kelnero, bònvolu pòrti al mi çlaciajon kun kafo... - il cameriere segnò qualcosa sul taccuino, - kio vi vòlas? - mi chiese.
- Kremo - dissi.
- Jes, Krémo, kio vi vòlas? - mi ripeté Alita sorridendo. A quel punto esplosi in una risata.
- Ah ah! Sku§a Alita, è wno skértso, volévo solo un gelato alla panna... çuarda, l’ò letto sulla lista, si dice kremo! - Scoppiammo a ridere.
Il cameriere si congedò e tornò poco dopo con le ordinazioni.
Alita terminò il suo affogato e cominciò a divorare parti sempre più grosse del mio delizioso gelato alla panna. Ridemmo ancora, era la felicità.
- Bònan vesperon! Gis baldaw! - ci salutò una mezz’oretta più tardi, all’uscita, un sipario elettrico.
Passammo oltre i Bottini dell’oio, gli scali degli Olandesi, verso la Fortezza Vecchia e il Porto Vecchio. Poi si fece ora di tornare. Un taxibus ci riportò alla stazione, dove un treno ci avrebbe condotto allo spazioporto Kopernicus.
- Ciao Livorno! Ciao Terra!
Dovevo onorare una seconda promessa ad Alita, una danza matrimoniale. Le chiesi dove desiderasse celebrarla e lei rispose: - Il più lontano poxibile!
La presi alla lettera e prendemmo un biglietto per Caronte, luna di Plutone, il corpo celeste raggiungibile più distante. Prendemmo contatti con Jean, il tutore di Uno su Ariele, e lo istruimmo per accompagnare nostro figlio su Caronte, cercando di farlo arrivare qualche giorno dopo di noi.
C’imbarcammo sullo Strale Solare, il supershuttle che avrebbe attraversato l’intero sistema planetario. Dopo una breve colazione ci chiudemmo nelle nostre Bhare, consci che ci avrebbero accudito per più di un anno, non senza prima esserci baciati per un tempo proporzionale alla durata del viaggio.
14.7 - Ospedale cibernetico del Sacro Cuore.
Michael bussò alla porta. Erano le 11 di mattina, ma ero ancora steso sul letto a leggere. Era strano che mi chiamasse per il pranzo così presto. Andai ad aprire.
- Vèstiti. Pietro II è mòrto. Dobbiamo andare a Romæ kon la kuria.
- Mòrto?! - Ma Michael era già scomparso, preso dalla frenesia del momento. Accesi la televisione e la sintonizzai sul canale delle notizie. Il cardinal Hernandez stava confermando l’avvenuto decesso del papa, ma alle domande dei giornalisti si celava dietro dichiarazioni oscure, riferendosi all’aggravamento della sua malattia (infermità che Pietro II non aveva mai dichiarato).
Uscii dalla stanza e incontrai l’Abate Frullifer agitatissimo che mi stava puntando: - Krémo, l’elikòttero è pronto, ci porterà in aeropòrto!... - stava per aggiungere qualcosa, ma non riuscì a dire più nulla. Ritrovammo Michael in compagnia di un chierico.
- Sul tétto.
Seguimmo i due salendo un paio di rampe di scale finché non giungemmo in un piccolo locale dove una ripida scala a chiocciola portava sulla sommità del palazzo. Sul tetto, tre elicotteri aspettavano con i motori al minimo. Avevano le insegne vaticane su cui era stata aggiunta la scritta: “Curia di Nuovamilano”. Il chierico ci aiutò a salire sul primo velivolo e ci salutò. A bordo erano già pronti un pilota e un navigatore.
I motori vennero portati in assetto da decollo e l’elicottero si sollevò da Palazzo Marino, mentre Frullifer c’istruiva sull’allacciamento delle cinture. Il velivolo si elevò sulla galleria Demox e scorgemmo il duomo con i marmi ripuliti.
- Paolo VIII ci seçuirà. A Lynate ci sta aspettando un B1474 délla flòtta vatikana pér Shampino - spiegò Frullifer.
- Si sa qalkò§a di più preci§o?
L’Abate Frullifer scosse il capo, ma rispose: - Si parla di malattia ké Pietro II naskosto sempre...
Una Nuovamilano scorreva a qualche decina di metri sotto di noi, palazzi vecchi e nuovi si mescolavano con fantasia, alle nostre spalle si stagliava il centro servizi di Porta Meucci, un blocco di snelli grattacieli che interrompevano uno skyline abbastanza monotono.
Michael e Frullifer avanzarono delle ipotesi, poi il pilota ci avvisò: - Stiamo atterrando a Lynate.
La manovra fu repentina e l’asfalto dell’aeroporto ci ricevette con un sobbalzo. Scendemmo a testa bassa con i capelli scossi dal vento delle pale e fummo scortati da un paio di aeroportuali elettrici che ci condussero a bordo dell’aereo vaticano accolti da una suora hostess.
Le poltrone del velivolo erano più comode di quelle dell’appartamento di mio nonno a Mœris, ed erano dotate di computer, schermo, consolle e comunicatore universale.
Poco dopo salì a bordo anche Paolo VIII con il suo seguito.
- Pensi ké korrerémo qalke riskio?
- Non krédo, - mi rispose Michael, - sé qéllo ké sappiamo è véro, non dovéva èxere benvisto nemméno daj vertici délla kuria romana... - I motori si accesero e in pochi minuti l’aeromobile si sistemò in zona di rullaggio.
- Pòxono àvérlo anke axaxinato...? - azzardai. Michael scrollò le spalle. L’aereo decollò proprio sopra le zone di corso Rubbia e del museo di Servicity.
In un’oretta ci trovammo a Shampino, all’aeroporto Terminus di Romæ. Fecero scendere il papa e gli alti cardinali che vennero subito imbarcati su appositi elicotteri.
- Dove ci pòrtano?
Frullifer alzò le spalle. Un chierico c’invitò a seguirlo giù dalla scaletta, e poi nuovamente su un elicottero vaticano.
Le pale ripresero a mulinare vorticosamente e il mezzo si sollevò. Quando raggiunse un’altezza da crociera, il pilota attrasse la nostra attenzione: - Siñori... la kuria di Nuovamilano v’informa dél suo trasferiménto a Palattso dél Qirinale, dove Paolo VIII inkontrerà il Kapo dél Sant’Uffitsio, il kardinal Hernandes, pér decidere sul futuro dél Papato...
La nostra esultanza eruppe nell’abitacolo. Era chiaro che se il Capo del Sant’Uffizio incontrava Paolo VIII ne sarebbe seguita una conciliazione. Arrivai ad abbracciare Michael, e anche Frullifer. Poteva chiudersi lo scisma, e il Papato avrebbe potuto ritrattare gli accordi con l’altro visionario del sistema planetario, Kaori Hu Dick. E forse il mondo ne avrebbe guadagnato...
Sotto di noi scoprimmo una Romæ in festa; la gente, incurante dei rischi di esporsi per troppo tempo all’aperto, scorrazzava per le vie della metropoli. Davanti al Vaticano, a Palazzo Laterano e al Quirinale si erano riunite folle spontanee e qualcuno gridava già qualche slogan.
Il pilota terminò la sua ambasceria: - Anke voj saréte trasferiti al Qirinale, e, pér motivi di sikuréttsa, alloggeréte in appò§ite sale insieme aj kierici, alhi arcipreti e aj sacerdòti délla kuria.
La flotta di elicotteri si presentò al centro della Città Eterna come uno sciame di cavallette nobili, guadagnando con compostezza l’eliporto del Quirinale.
Rapidi come fuggiaschi saltammo giù dal velivolo e fummo instradati verso la sala règia che, nonostante fosse stata adibita frettolosamente per accoglierci, si mostrava in tutta la sua maestosità cinquecentesca, ricca di affreschi e di stucchi pregiati.
Tra il vociare chiassoso tipico dei grandi momenti storici, sentii chiamare il mio nome con una voce grossa e rauca. Cercai di capire da dove provenisse, e individuai un arciprete che riconobbi appartenere alla curia romana per il simbolo impresso sulla cotta. Attrassi l’attenzione di Michael e Frullifer verso il chierico. Ci guardammo, leggermente perplessi di vedere camminare tranquillamente un chierico romano in mezzo a noi. Il volto dell’arciprete era sereno e cordiale, così ci avvicinammo.
- Ave siñori. Ki è di voj il siñor Krémo Baroncinij?
- Jo.
Il suo volto era lungo e scavato, un copricapo scarlatto non nascondeva la sua calvizie.
- Éço sum dòn Nereo, arciprete di Romæ. Sono stato mandato pér akkòlhiervi. - Mi strinse la mano. - In qésto moménto il kardinal Hernandes è a kollòqio kon il vòstro Paolo VIII. Le sue intentsioni sono di kambiare rotta: restawratio ekkle§iae, konklu§ione dél neoshi§ma e superaménto délle ingerentse déj vertici Union. Qindi penso ké nexuno si dovrà preokkupare.
- Sono d’akkòrdo. - L’arciprete sorrise, poi c’invitò ad appartarci in una zona della sala meno affollata. Quindi riprese: - Il Kapo dél Sant’Uffitsio mi à awtorizzato a §velarvi kome sono andate lé kò§e.
Fissammo il volto simpatico dell’arciprete, Frullifer addirittura fece una passo verso di lui.
- Hernandes in persona à axistito alla caedes Petrii II... il suo axaxinio!
- È stato ucci§o!? Da ki? - Ovviamente mi riferivo al gruppo. Mi chiedevo cioè se l’avesse fatto fuori un’organizzazione terroristica oppure il popolo, qualche fazione ribelle o la curia stessa, non mi sarei mai aspettato che l’arciprete mi dicesse il nome, anzi che mi dicesse: - Alita Ali§on Tamara.
Al contrario di come ci si sarebbe aspettato furono Michael e Frullifer a esclamare dallo stupore, io rimasi basito, in silenzio, la mia bocca cementata.
Non ricordo bene cosa successe negli attimi successivi, ricordo soltanto che non dissi nulla, pensai ad Alita che sparava un colpo di lasershoot al papa, una scenetta assurda, e anche falsa, visto che non riuscii a trattenere in mente le parole di don Nereo che parlava di strangolamento, che era anche peggio, se possibile.
Alita ha fatto fuori il papa. Non ci posso credere!
Misi a fuoco nuovamente l’arciprete non so quanto tempo dopo, ma fu perché mi stava chiedendo: - Può vedérla sé wòle.
Non ricordo nemmeno cosa risposi, ma so che mi ritrovai in una vettura con le insegne vaticane in compagnia di Michael e don Nereo e fui costretto a chiedere: - Dove stiamo andando?
- All’ospedale dél Sakro Qòre. - La donna era ricoverata in un ospedale specializzato in cibernetica, le ferite organiche e artificiali andavano curate in contemporanea. La cute era in gran parte bruciata per la gelida temperatura del liquido criogenico e doveva essere ricostruita.
Ospedale? Questa parola mi fece tenere alto ancora per un po’ lo stato di shock e non ricordo bene dove passammo, cosa vedemmo e quanto tempo viaggiammo, ma la città doveva essere abbastanza in subbuglio.
Mi scossi dal torpore del sovrappensiero soltanto nella stanza della clinica dove era ospitata Alita, alla vista del suo viso ustionato e senza più vaporosi e intonsi capelli ramati, ma completamente calva.
Mi si abbassò di colpo la pressione, ma non ero mai svenuto in vita mia e anche quella volta rimasi barcollante in cerca di un punto di appoggio. Ero freddo e bianco come un cadavere, avvertivo grossi sbalzi di pressione, il mio campo visivo si spegneva corroso dai lati da un patchwork di tessere scure stratificate.
Michael mi offrì una sedia e, dopo due o tre secondi, seppur debolissimo, mi sentii leggermente meglio.
- Alita, kome staj? - riuscii a dire.
- Sono fuòri perikolo. - La sua bocca era ancora bella sebbene fosse immersa in un tessuto ruvido e cauterizzato.
- Kò§a ti è succexo?
- Ò wcci§o...
- Lo sò, non m’interexa dél papa, jo vòlhio sapére di té, kò§’àj? - Alita si schiarì la voce: - Sono kaduta in wna vaska kriogenika a un pajo di centinaja di çradi sottozzero... - asserì con un’autoironia che m’infastidì - non ò un lembo di pelle non bruciato... - strizzai gli occhi, pensai al suo corpo, - ò anke wna ferita alla çamba... la stéxa ké mi ànno kolpito su Psyke, rikòrdi?
Mi alzai dalla sedia e cercai di accarezzarla, ma Michael mi fermò: - Non puòj tokkarla, e pòj è melhio sé staj seduto, sé non wòj èxere rikoverato anke tu... - e mi ributtò sulla sedia.
- Alita, amore, tu wòj morire...
- Krémo, àj dimentikato? jo sono wna cyborç di prima klaxe! Mi rimetteranno a posto la çamba, mi farciranno nuovaménte di kute al Dna, mi rikresherà anke wna bella korona di kapélli, lo saj?
- Non mé ne fréça niente, jo ti vòlhio bene, non pòxo vedérti ko§ì! - mi accorsi soltanto in quel momento che mi stava scendendo una lacrima, una sola, dall’occhio destro. Ripresi: - Sé sej qi è anke kolpa mia. Ma qésta è l’ultima vòlta. Qando wshiraj di qi andrèmo a vivere insieme nélla kupola più pikkola dél sistema solare!
Alita tentò di sorridere: - Sì, te§òro; pensi ké la paxerò lisha? In fondo ò soltanto axaxinato il vikario di Kristo sulla Terra...
- Amore, àj eliminato un tiranno, qalsiasi tribunale té lo rikonosherà!
Alita non rispose. Michael mi toccò la spalla: - Andiamo?
- Vòlhio restare qi!
- Ma...
- Vòlhio paxare la nòtte kon Alita...
Michael guardò don Nereo, che acconsentì: - Può restare, sé wòle, l’ospedale è presidiato, non c’è alkun perikolo... e - alzò una mano benevola verso la paziente, - sé voléte sapére la mia opinione... krédo pròprio ké la kuria romana troverà wna solutsione pér la dònna ké à salvato il Papato!
Michael chiese a un infermiere vitamine e pillole per la pressione e me le lasciò, raccomandandosi di non agitarmi e soprattutto di non toccare il viso di Alita.
Una volta da solo con la cyborg mi misi a singhiozzare silenziosamente. Mi avvicinai al volto ammorbato dalle ustioni, sorrisi e schioccai un bacio a pochi centimetri dalla sua bocca. Alita contraccambiò.
- Qando ti dimettono andiamo a Livorno, dove sono nato... - Accennò un sorriso. - Pòj ci spostiamo su Ariele, vòlhio vedére Uno! - sussurrai con la faccia vicino alla sua, - e alla fine, vòlhio koronare il nòstro amore...
Uno sbuffo di aria uscì dalla sua bocca, stava ridendo: - Non mi dire ké wòj...
- Sì, spo§arti... - la sua bocca si allungò come mai aveva fatto prima, - owiaménte niente riti religio§i, basta kon lé religioni, ne ò abbastantsa... a mé basta wna cerimònia ké suggelli la nòstra wnione, anke wna semplice dantsa antika...!
- Ci spo§iamo kon un ballo?
Annuii. - Non m’interexano lé konventsioni.
Alita sorrise con gli occhi lucidi.
- Prendiamo Uno e balliamo la nòstra giça.
Avvicinai la bocca e le sfiorai le labbra.
Quella notte dormii molto poco. Alle 5 mi svegliarono per cambiare la flebo ad Alita e subito dopo venne un medico. Alle 6 venne in visita anche un ingegnere, che controllò lo stato della gamba.
Poi accendemmo la televisione per il notiziario. L’incontro tra Paolo VIII e il cardinal Hernandez si era concluso positivamente. La curia romana aveva deciso di reintegrare il Nuovo Vaticano di Nuovamilano ponendo fine al breve periodo di scisma. Il Capo del Sant’Uffizio comunicò al mondo che Pietro II e Giovanni XXIV erano la stessa persona e che, in seguito alla malattia, il papa si era mostrato solo in mezzobusto perché immerso in una vasca criogenica di mantenimento. In queste condizioni era caduto in una grave crisi depressiva, decidendo di cambiare nome e connotati. Ufficialmente questo atto, in quanto attuato in un momento in cui il papa non poteva intendere e volere, era nullo. Giovanni XXIV aveva cioè mantenuto ufficialmente il suo nome. Ciò annullava il papato di Paolo VIII che però, dal canto suo, riceveva la garanzia dell’elezione al conclave successivo proprio con questo nome.
Quanto alla morte di Pietro II si parlava di malfunzionamento della vasca di mantenimento; e, anche se già qualche giornalista indipendente paventava il sabotaggio, nessuno aveva accennato alle responsabilità di Alita di cui veniva accennata la presenza all’ospedale cibernetico per un malore avvenuto nel bagno durante il processo. Qualche chierico aveva fatto cioè sgomberare l’aula del tribunale e simulato il suo ritrovamento.
Terminato il notiziario festeggiai saltellando per la stanza, mentre Alita emetteva gridolini di gioia. La stanchezza era scomparsa, mi rodeva soltanto il fatto di non poter toccare Alita, abbracciarla e stringerla.
Ma in quel momento entrò Zuleika. Era alta, mora, bella, rispetto a come me la ricordavo aveva alcune rughe di sofferenza.
- Zu’! - e trasferii la forza inespressa dell’abbraccio sulla donna italoaraba.
- Krémo, kome va?! - esclamò.
- Jo bene, Alita ko§ì ko§ì... - La donna si accorse della cyborg e le si avvicinò.
- Alita... - disse con un tono misto tra gioia e dolore. Le fece alcune domande. Poi la cyborg mi spiegò: - Saj ké è tutto merito suo? È stata lej ké mi à dato le informatsioni pér trovare il papa...
- Smettila, sé non c’èri tu, sarej ankora in çalera... - ribatté Zuleika.
Guardai le due donne e mi venne in mente che mancava solo una persona per coronare il lieto finale: Pepsi.
- Ah, il dottor Òtomo Klarke, vorraj dire... - rispose Zuleika alla mia domanda, - sarà indaffarato pér un pò’, kome puòj immaginare... pensa... èra nél nòstro stéxo karcere, ma owiaménte in axoluto j§olaménto... prima o pòj rivedraj anke lej.
Presi la mano di Zuleika, appoggiai delicatamente l’altra su quella di Alita e chiusi gli occhi.
14.6 - Il papa definitivo.
Alita cadde su un pavimento caldo e umido. Un fruscio invadeva l’atmosfera odorante di polvere e muffa. Attivò una pila dal polso ed esaminò lo stanzino. Scorse larghi condotti lungo le pareti che scorrevano dal soffitto al pavimento, paralleli, con grosse valvole. Faceva caldo e Alita dedusse di trovarsi nel locale della caldaia o qualcosa di simile.
Avanzò a passi felpati e raggiunse la porta del piccolo locale. Origliò per qualche secondo. Non udì nulla, così aprì molto lentamente e guardò attraverso la fessura. Vide un corridoio. Uscì completamente e scrutò in entrambe le direzioni: soltanto una lunga fila di quadri. Non poteva perdere tempo, così prese una direzione a caso. Il corridoio terminava in un’ampia sala affrescata. Quei capolavori dovevano essere antichi di almeno 500 anni e lei non ne aveva mai visto uno dal vivo. Poi si concentrò sulle prese elettriche. Dopo averne individuate un paio, trovò quella che cercava, la presa telefonica. Estrasse un cavetto da una botola sottocutanea del collo e si connesse.
Con lo sguardo attento al corridoio e alla porta sulla parete opposta, Alita cominciò a cercare nell’interrete informazioni su quel luogo. Raggiunse il sito del Vaticano che, oltre a notizie di carattere generale, era inaccessibile. Un rimando turistico la fece però giungere alla descrizione di Palazzo Vaticano. Scandagliò ogni informazione, ma il massimo che trovò fu una mappa del palazzo, appositamente parziale. La esaminò attentamente.
Attorno a lei silenzio. Troppo silenzio. Cercò d’individuare le parti mancanti della mappa, quelle dove evidentemente c’era qualcosa da nascondere. Se quello che gli aveva detto Zuleika per mezzo di Buthaina era vero, in una di quelle stanze doveva esserci Pietro II in persona. Ma poi? Cosa doveva fare? Avrebbe scoperto qualcosa di veramente importante?
Una volta memorizzata la mappa cercò di capire dove si trovava. Quindi si scollegò e si diresse a grandi falcate verso la porta. Si trovò in un’altra sala. Non c’era nessuno, ma era ancora nell’ex itinerario turistico (di quando erano ancora possibili le visite). Si mosse veloce e decise; sapeva che prima o poi avrebbe incontrato qualcuno, ed era pronta. Raggiunse la porta successiva, superò un altro locale e si trovò davanti a un metal detector. Qui si entra nella zona inaccessibile, considerò.
Appena varcato il passaggio, un allarme si attivò squillante. Alita si mise a correre nella direzione che aveva memorizzato.
Alla fine del corridoio trovò un paio di chierici che tentarono di sbarrargli la strada, ma non erano grossi e sembravano impreparati. Ne stese uno con un colpo di full contact e mise l’altro in fuga. Passò attraverso un ufficio pieno di computer, dove preti-impiegati presi alla sprovvista non si resero conto dell’irruzione improvvisa e videro la sagoma veloce di Alita attraversare il loro campo visivo.
Secondo la mappa, sarebbe ora entrata nel settore più nascosto del palazzo e ancora non sapeva come si sarebbe comportata. Si trovò in una sala scarna, con macchinari industriali di enormi proporzioni. Non ebbe il tempo per capire di cosa si trattasse, ma aveva già visto marchingegni simili nelle industrie chimiche e nelle centrali nucleari, e le parvero parecchio sinistri. Lungo la sua corsa Alita incontrò ancora quattro o cinque persone, alcune con indosso la cotta clericale, altri con la divisa militare vaticana. Riuscì a sorprenderli nonostante l’allarme suonasse ormai da qualche minuto, ma probabilmente nessuno si aspettava che fosse arrivata così velocemente. Spintonò e scalciò, passò in un’altra sala mentre diverse voci le intimavano di fermarsi.
Quando sentì cominciare a sparare si nascose per qualche istante e cercò di ragionare. Seguendo la mappa, ormai rimanevano due o tre stanze da esplorare. E ancora non aveva notato nulla che avesse a che fare con l’ufficio del papa o con qualsiasi altra sala di residenza. Dove sono finita? Cosa sto scoprendo?
Ripartì di scatto correndo allo scoperto per qualche metro, gli spari ripresero, ma la cyborg riuscì a superare un altro passaggio e a nascondersi oltre. Era già stata ferita diverse volte nella sua vita e non voleva ripetere l’esperienza, anche se le probabilità che la colpissero in parti vitali erano basse.
La paura e l’adrenalina l’avevano distratta per qualche istante. Quando si rese conto di dove si trovava sgranò gli occhi.
Era un locale piccolo e poco illuminato in confronto alle sale precedenti. Non c’erano né macchinari né computer, ma soltanto un foglietto di luce composto da alcune lettere che svolazzava. Alita lo lesse: “Aryan Mass”.
Le parole di luce passavano su un filare di divise di ogni epoca esposte in teche di plexiglas. Alita riconobbe le armature templari, la divisa dell’Elios e un’alta uniforme di un faraone. Quando la sua vista si abituò alla scarsa illuminazione si accorse con ripugnanza che le divise erano occupate da cadaveri mummificati.
Una specie di singulto le crebbe in gola, ma poi riprese a muoversi, questa volta lentamente. Sulla parete in fondo alla stanza vide una scritta: “En-trance”. Udì ancora colpi di lasershoot dietro di lei, erano vicinissimi, ma non la potevano scorgere a causa dell’oscurità.
Entrò. Una porta metallica si chiuse dietro di lei con un clangore, mentre quella davanti, identica, rimase ben serrata. Si guardò attorno: si trovava in un metro quadrato chiusa tra due paratie. Avvertì un insolito malessere da claustrofobia, anche se non ne aveva mai sofferto. Allora individuò la serratura elettronica e provò a inserirvi una chiave estratta dal polso, cercando di decrittare il codice. Sentì alcuni colpi raggiungere la porta alle spalle. Probabilmente gli uomini del papa avevano un passpartout e avrebbero aperto la porta molto prima di lei. Alita calcolò che, mediamente, ci avrebbe messo qualche ora a trovare la combinazione di apertura, senza contare che poteva trattarsi di una serratura all’avanguardia e allora avrebbe potuto impiegarci giorni interi. Tentò con la mano libera di spaccare la porta, ma era troppo spessa.
Sono in trappola!
Sentì le voci dei militari vaticani dietro di sé. Stava per voltarsi quando la porta davanti cominciò ad aprirsi. Rimase interdetta. Aveva avuto un grande colpo di fortuna o qualcuno aveva aperto?
La parete scivolò verso l’alto rivelando una sala completamente buia. Avanzò cautamente oltre l’apertura che si chiuse subito dietro di sé.
Alita sentì un fioco ronzio di sottofondo su cui s’innestava uno strano fruscio cadenzato. Avvertiva l’aria umida e caldiccia e un odore di ghiaccio secco insisteva sulle sue narici.
La luce crebbe lievemente mentre una voce elettronica pronunciò: - Welkome! Benvenuta!
Apparve un grosso cubo giallo nascere dal buio. Il sussurro ritmico aumentava, mentre attraverso il cubo si sagomava una scura macchia centrale. La luce crebbe e mostrò le pareti scarne, senza intonaco. La macchia prese una forma vagamente umana, il cubo si rivelò essere una vasca trasparente ripiena di un liquido ocra.
Alita strizzò gli occhi. Non sapeva se avere paura o no, se temere per la sua vita o semplicemente stupirsi.
Lentamente il sussurro si definì in un respiro cadenzato e la figura scura si avvicinò al vetro definendosi via via come una persona. O meglio, mezza.
Una testa irriconoscibile era collegata a decine di dermotrodi e una maschera di respirazione; un busto penosamente coperto da una pianeta stropicciata era sorretto da una struttura metallica a cui erano collegate decine di cavi, tubi, vasi e condotti per liquidi. La testa con il busto si sollevò sul liquido, mentre l’apertura superiore della vasca si alzava facendo esalare il liquido che sublimava a contatto con l’aria.
La cyborg rimase di sasso, immobilizzata dall’incomprensione. Voleva chiedere chi fosse, ma non sapeva nemmeno se si trattasse di un uomo.
La testa fuoriuscì dal liquido tra vampe di vapori, mostrando i segni del congelamento sul volto. Lentamente un braccio robot che pendeva dal soffitto estrasse la maschera dal viso che si mostrò gocciolante e orrido come un cadavere in putrefazione.
- Ki sej? - riuscì a chiedere Alita. Il volto sorrise, mostrando denti impiastrati di liquido giallo, ma non rispose.
- Sej in mikrojbernatsione?
Il volto continuava a sorridere, mentre alle sue spalle sentì ancora colpi di lasershoot. Doveva essere un’ibernazione evoluta, di nuova concezione. Poi una voce dall’altoparlante rispose: - Pontifex Petrus II, in pérsona. - La voce era la sua, ma il volto non aveva parlato. La donna trasalì, si accorse che cominciava a tremare. Come poteva tremare?
Il braccio meccanico pulì e asciugò la faccia del papa, e la voce dell’altoparlante disse: - Sej stupita? Ti stavo aspettando.
Alita socchiuse gli occhi, avrebbe voluto chiuderli e dormire, ma non poteva distogliere lo sguardo da quel mezzo uomo impiastricciato di liquido criogenico che comandava mezzo sistema solare.
- Sej un mostro.
La voce si mise a ridere, poi sfumò nella risata del volto. Ora comprendeva perché Pietro II non si era mai mostrato. La mano meccanica dal soffitto gli pose in testa la mitria cerimoniale, infarcita di ricami d’oro.
- Sono più wmano di té, lo saj? - e si mise a ridere, un po’ sommessamente, come tra sé.
- Sej un mostro perké staj rovinando il mondo.
Pietro II si fece serio: - Sej un’jdeologista? E lé mie jdee non kojncidono kon lé tue?
- Non solo. Staj inçannando il mondo e la Kie§a kon lé tue menzoñe... fingi di kombattere l’Aryan Max e ne faj parte! - Il pontefice non rispose, sembrava imperturbabile. Dietro la porta ancora spari, ma Pietro II non se ne preoccupava.
- Inoltre sappiamo ké Giovanni XXIV è skomparso in cirkostantse misterio§e...
- Ah, ah ah! Vedéte... voj jdeologisti arrivate sempre a konklu§ioni sbalhiate. Krédi ké l’àbbia eliminato Hito Bessiére o addirittura jo... giusto?
- E invéce tu mi diraj ké non è véro, anke perké nexuno maj saprà la verità!
- Wòj la verità?
- E perké dovrej kréderti?!
- Perké Giovanni XXIV sono jo!
Alita rimase senza fiato, Pietro II cominciò a sganasciarsi dalle risate, con la bocca impastata: - Perké krédi ké a un certo punto Giovanni non si sia fatto più vedére dal busto in giù? - e seguitò a ridere, sputacchiando giallo: - il papa definitivo sono jo!
Ridendo, la mitria gli cadde dal capo e andò a impastarsi sulla superficie del liquido criogenico. Alita sentiva ancora gli spari dietro la porta. Improvvisamente fece un balzo verso la parte superiore della vasca puntando il volto del papa con le mani. Lo raggiunse e cominciò a strangolarlo. La sua pelle era fredda e dura, sotto il liquido esalava i suoi odori nauseabondi. Pietro II si cementò in una smorfia di riso, mentre il braccio meccanico dal soffitto cercava di difendere il papa dando colpi alla cyborg, che non cedeva.
Il collo di Pietro II era duro e ancora freddo e Alita non riusciva a comprimerlo bene per tagliargli il respiro. Un allarme medico cominciò a emettere un suono lieve ma continuo. Sulla parete gli schermi che riferivano delle condizioni del papa cominciarono a innervosirsi, i grafici dell’encefalogramma e del cardiogramma cambiarono. Il respiro era interrotto e lentamente la maschera sorridente di Pietro II si spense tra le mani dall’anima di titanio. La cyborg rimase a stringere il collo con più forza possibile per almeno un altro minuto, guardando di tanto in tanto i grafici delle funzioni vitali che si appiattivano, mentre gli spari s’intensificavano. Anche la seconda porta stava per cedere.
Un altro allarme medico si mise a cantare, qualche schermo indicò che il paziente era ormai clinicamente morto.
In quel momento la porta si aprì e ne entrarono una decina di persone tra militari e chierici, che trasalirono alla vista di Alita sul cubo criogenico e cominciarono a urlare e sparare contro la donna.
La donna riuscì soltanto a gridare: - È mòrto! Potéte wccidermi, ma ormaj il papa è mòrto! - Fu colpita una, due, tre volte, poi lo sciame di colpi diminuì e si spense definitivamente al cenno di cessare il fuoco del cardinale che osservava gli schermi medici di Pietro II.
Alita svenne cadendo all’interno della vasca.
Il cardinale ammise: - Ormaj è mòrto! Pietro II è mòrto!
I militari vaticani e i chierici si guardarono attorno, non sapendo cosa fare, poi l’alto prelato decise: - È un aweniménto shock!
Un chierico si permise di obiettare timidamente: - Poxiamo ankora salvarlo?
Il cardinale lo osservò: - Ci tieni dawéro? - poi, rivolgendosi a un militare, ordinò: - ké aspettate? Tirate fuòri qèlla raçattsa dalla vaska, prima ké muòja axiderata!
Tra gli edifici del Vaticano e in piazza San Pietro si levò la notizia come un’epidemia, e piccoli e grandi chierici seppero della morte del papa ben prima dell’annuncio ufficiale.
A Palazzo Vaticano fu subito evidente che pochi erano i veri sostenitori di Pietro II, e ancora meno gli adepti dell’Aryan Mass. Gran parte del clero che aveva deciso di non seguire Paolo VIII a Nuovamilano l’aveva fatto per convenienza o per tramare qualche sabotaggio. Che l’Aryan Mass si fosse infiltrato anche nel papato era abominevole. Per questo motivo le resistenze contro Alita erano state blande, gli impiegati e i cardinali in cuor loro avevano sperato in un sovvertimento della situazione.
Per le strade di Romæ la gente si comportò come se fosse finita una guerra, espressioni incredule, passaparola, urla di giubilo. Una folla spontanea si raccolse davanti a San Pietro, compatta e minacciosa: era un chiaro monito alla Chiesa. La popolazione romana e laziale non avrebbe accettato un altro papa ambiguo e visionario, che non si mostrava mai dal vivo.
Fu convocato d’emergenza il conclave romano, si doveva decidere se eleggere un nuovo papa, accettare Paolo VIII come successore, oppure rendere retroattiva la sua carica e considerare Pietro II un usurpatore. Gli alti ranghi della Chiesa erano consapevoli che la gente non amava particolarmente Pietro II, e che questa diffidenza sarebbe sfociata in una rabbiosa rivolta quando si sarebbe saputo che era stato un membro dell’Aryan Mass. E cosa sarebbe successo dopo la diffusione della notizia che Pietro II era Giovanni XXIV che, malato e morente, si era fatto amputare gli arti e immergere in una vasca criogenica in stato di microibernazione evoluta?
Con il trascorrere dei minuti la gioia contenuta si tramutò in festa. La folla aumentò nelle strade e da parte della Chiesa si cominciò a pensare di anticipare i festeggiamenti per il Giubileo dell’anno domini 2400.
Il cardinal Hernandez, che aveva assistito alla morte del papa, decise che ormai era giunto il momento di dare la notizia ufficiale ai media, anche se era consapevole che nell’interrete l’informazione era già fuggita. Nel comunicato Hernandez non escluse la possibilità che Paolo VIII potesse far parte del conclave per l’elezione del nuovo pontefice. Ciò era un chiaro invito al papa di Nuovamilano di terminare il vergognoso neoscisma. Hernandez preparò un frettoloso funerale per il mezzo papa Pietro II.
14.4 - Mi scappa la pipì.
Alita fu svegliata con il solito suono ronzante e la luce rossa che lampeggiava sopra l’ingresso della cella. 11 settembre. Erano trascorsi un paio di mesi dal suo arrivo. In sala mensa aveva visto spesso Buthaina, aveva tentato un approccio ma la donna l’aveva evitata e Alita aveva capito che forse era opportuno non insospettire le guardie, visto che Buthaina era nella stessa cella di Zuleika. Alita era una sorvegliata speciale proprio perché cyborg di primo grado e i secondini avevano l’ordine di non perderla mai d’occhio.
Quella mattina la vennero a chiamare all’alba. Era il giorno del processo. La legislazione Union era di stampo democratico, ma il retaggio delle leggi dell’Impero era ancora evidente. Per esempio una cyborg di primo grado aveva sì diritto a un avvocato, ma questo doveva essere d’ufficio, assegnato dalle autorità, e doveva essere accompagnato da un tecnico. Un sistemista, informatico, cibernetico specializzato in cyborg. La questione poteva sembrare umiliante, ma in effetti i molti strumenti influivano spesso sui comportamenti, sui pensieri e sulle caratteristiche fisiche della persona. Durante l’Impero questo trattamento valeva per chiunque avesse anche una piccola percentuale di tessuto artificiale, mentre nei territori Demox l’avvocato era accompagnato da uno psicoterapeuta.
L’avvocato era concorde con Alita sul fatto di anticipare i procedimenti e di chiedere un patteggiamento, vista la palese condizione di spia antigovernativa dell’assistita. E, se avevano condannato una ragazza aliena da ogni gruppo di spionaggio come Zuleika, c’era da giurare anche sull’esito del processo di Alita.
I due secondini le misero i polsi dietro la schiena, assicurati alle manette, e la condussero, lungo i corridoi delle celle, verso l’uscita del carcere. Presto la cyborg si accorse che nemmeno quella volta avrebbe visto il sole, dato che percorsero il tunnel sotterraneo che collegava il carcere a un altro edificio. La portarono in una specie di ufficio di polizia; era in tutto e per tutto un commissariato con l’unica differenza che le persone presenti non indossavano divise militari, ma abiti da religiosi scuri ed eleganti, composti da una cotta legata in vita da una cintura di diversi colori arricchita da gradi sulle spalle, tasche e taschini.
Le ordinarono di sedersi e di attendere. Dopo pochi minuti giunse l’avvocato con il perito tecnico. Alita strinse la mano ai due, che conosceva da qualche giorno.
- Sej pronta? - chiese l’avvocato, un giovane molto educato, ma dai lineamenti che tradivano un arrivismo a cui Alita non voleva credere. Per che cosa? si chiese la cyborg.
- Ti senti bene? - chiese il perito, anche lui di un’eleganza classica, scura, ma con il volto più bonario. Ovviamente si riferiva alle sue parti artificiali. Alita annuì, e l’avvocato decise: - Ok, poxiamo andare, la korte è già in awla.
I tre uscirono dal commissariato e presero un altro corridoio che s’immise in un edificio più vecchio. Salirono un paio di rampe di scale e si trovarono in una saletta decorata. Dovevano già essere all’interno di Palazzo Vaticano. Le pareti erano costellate di tele antiche, almeno rinascimentali, e il soffitto era decorato con stucchi finissimi.
Poi l’avvocato indicò un doppio portone di legno.
- Ekko l’awla - disse per prepararla all’ingresso.
All’interno i giurati si stavano ancora sistemando ai loro posti. Pubblico ministero e giudice stavano chiacchierando tra loro e uno sparuto pubblico, tra cui diversi giornalisti, puntò subito lo sguardo ai tre. Un paio di fotografi, con molto garbo, come se fosse un servizio di moda, fece qualche scatto. Alita si era aspettata più clamore, soprattutto da parte dei giornalisti, ma evidentemente erano stati tenuti al largo e ne erano stati “scelti” soltanto alcuni.
I tre si accomodarono in prima fila, alla loro sinistra l’accusa e il pubblico ministero, a sinistra la Corte dei giurati e davanti il giudice con i giudici popolari. Sembrava un processo in piena regola, che avrebbe affrontato la questione con tutta la dignità e l’autonomia politica che il caso necessitava.
Il giudice dichiarò l’inizio dell’udienza e chiamò il magistrato delle indagini preliminari che raccontò la storia di Alita, o meglio, la sua carriera di spia e la sua condizione di cyborg. Riferì dell’incidente, dell’incontro con Sword, dell’ASS, della fuga con la memoria di Pepsi, della collaborazione con il governo Demox.
Alita si sentì tradita, violentata e, come beffa, al suo fianco l’avvocato tentava di tranquillizzarla con un gesto della mano. La Corte la osservava come se la sentenza fosse stata già emessa. Dopo quella sfilza di accuse, sarebbe stato difficile uscirne indenni. I giurati non sapevano che lei era stata trovata da Sword, e quindi salvata grazie a molti interventi. Se Sword non l’avesse trasformata in cyborg semplicemente sarebbe morta. I giudici non sapevano che lei non seguiva da vicino le faccende del capo della sezione dell’ASS di Alphagan, ma che lavorava come cameriera. Non sapevano che, anche lei, era stata come risucchiata dall’affare Pepsi.
Il giudice delle indagini preliminari terminò e giunse il turno del pubblico ministero che doveva formulare l’accusa. Dopodiché ci sarebbe stato il turno della difesa.
Ma Alita non lasciò il tempo e, una volta che il Pm ribadì sostanzialmente le accuse, chiese di andare in bagno. Il giudice s’innervosì e chiese: - È pròprio necexario, siñorina?
Alita, fingendo un lieve malore, ribadì la richiesta e finalmente l’avvocato prese in mano la situazione: - Vòstro onore, kiedo wna sospensione temporanea di maximo cinqe minuti. In fondo abbiamo déj servitsi interni all’awla pròprio pér qésto.
Il giudice, un po’ stizzito, accettò e sospese il processo per cinque minuti esatti.
Una guardia carceraria si affrettò a raggiungere l’imputata e ad accompagnarla al bagno. Servizi interni... rimuginò Alita, non è che Zuleika si riferiva a qualche bagno fuori dall’aula?
A lato dell’aula c’era una porticina con il simbolo della toilette. Il secondino l’accompagnò nello spazio di disimpegno. Alita notò di sfuggita una telecamera, poi s’introdusse oltre la porta del bagno delle donne. Per un attimo temette che la guardia la seguisse fin lì, ma una volta entrata si ritrovò sola, soddisfatta di non essere vista, e soprattutto di non vedere le facce odiose dell’aula, avvocato compreso.
C’era un piccolo lavabo di ceramica con un grazioso specchio dove Alita indugiò nell’osservarsi i capelli ramati, vaporosi e intonsi... per un fuggente attimo si sentì felice, lontano dalla cella e da tutti. Il gabinetto era leggermente profumato e pieno di fazzoletti di carta. Osservò il water closet, seguì la tubatura dello sciacquone, poi si mise a studiare le pareti. Individuò il foro dell’aerazione, un buco cilindrico di quindici centimetri coperto da una griglia. E non ne scorse altri. Come posso fuggire da un buco per topi?
Forse Zuleika non si riferiva a quel bagno. Si guardò intorno. Sopra al water c’era una finestrella rettangolare leggermente socchiusa. Piccola e stretta, ma comunque sufficiente per farla passare. La cyborg rimase qualche istante a riflettere, ma sapeva che ogni secondo era prezioso. Così fece scorrere l’acqua del lavabo e quella dello sciacquone per coprire i rumori, e salì sopra il water. Spalancò la finestrella e cercò di tirarsi su con le mani. Era molto pesante e dovette aggiungere forza artificiale.
Si sollevò fino all’altezza dell’apertura. Oltre c’era solo buio. Il passaggio era stretto, il lato minore non superava i quaranta centimetri. Alita dovette utilizzare tutte le sue capacità aggiuntive per inarcarsi e passarci attraverso.
L’acqua scorreva con fragore, dentro l’aula l’avvocato, il perito e tutti i giudici e magistrati aspettavano chiacchierando. Tutto questo mentre Alita faceva acrobazie assurde attraverso una finestrella di un bagno profumato. Mentre io...
14.3 - Visita in via Nanni Svampa.
- Perké da abate è diventato arciprete? Non è wna karika minore? - Avevo pensato che si potesse offendere, ma l’arciprete Abate Frullifer si era messo a ridere. Quindi aveva risposto: - Arciprete di korte papale è più importante di abate. Arciprete è nuòva fiçura di prelato, insieme a kardinale!
I suoi sandali affioravano alternativamente dalla cotta. Non gli chiesi come mai era comunque vestito da abate, forse gli arcipreti portano gli stessi abiti. Io e Michael non riuscivamo a stare dietro al passo veloce del religioso, che si spostava da una sala all’altra senza sosta e, se alzavo lo sguardo ad ammirare gli affreschi, Michael mi faceva subito cenno di continuare perché l’arciprete era già sulla soglia della sala successiva. Fu una visita fulminea e fummo condotti presto nei nostri alloggi.
- Qésta è tua stantsa, Krémo - disse l’arciprete aprendo a chiave una porta, - éntra, preço. - L’arredamento della stanza era essenziale, se non fosse stato per alcuni quadri dalle eleganti cornici sarebbe sembrata una celletta di un monastero. Alle pareti si notavano ancora gli aloni di anni di polvere che tradivano l’esistenza di mobili. Ma, oltre a un piccolo armadio di plastica nera a un’anta, c’era solo un letto con un comodino. Evidentemente quelli della curia, che avevano occupato il palazzo da poco, dall’inizio del neoscisma, avevano eliminato l’arredamento superfluo per rendere più sobrie le stanze.
Entrai e spostai la tendina che ricopriva pudicamente l’attempata finestra. Ticchettai con le unghie sul vetro, era un po’ di tempo che non toccavo vero vetro, e per giunta antico come questo, poi guardai oltre e vidi un cortiletto con aiuole ben curate.
Quando mi voltai vidi l’Abate Frullifer che mi tendeva una mano con la chiave della stanza: - Sku§ate frétta, ma jo devo andare. - Mi lasciò le chiavi e precisò: - La stantsa di Mikael è wçuale, qi fianko.
I due uscirono. Riportai lo sguardo oltre la finestra, in fondo non mi dispiaceva questa nuova sistemazione. Dopo pochi secondi l’arciprete tornò e disse: - Ekko fatto. Ora siete liberi - concluse con un sorriso e un inchino vagamente orientale e si allontanò.
Mi feci una doccia. Da un possibile nuovo assistente della scienziata più famosa del momento mi trovavo ora a collaborare con una curia scismatica, ancora lontano da Alita e Uno. Come finirà? pensai un po’ affranto sotto il getto d’acqua calda.
Qualche minuto più tardi Michael bussò alla porta. Aprii, mi sorrise: - Tutto a posto?
- Ok.
- Ké ne dici di fare un giro qa fuòri?
Accettai, avevamo bisogno di un po’ di aria. All’uscita le guardie svizzere controllarono accuratamente i nostri documenti, segnando l’orario. Da piazza della Scala c’immergemmo nella galleria Demox, piena di vetrine e negozi pregiati.
Le strade di Nuovamilano non potevano non ricordarmi l’incontro con Zuleika. Anche a quello con Pepsi, naturalmente, ma il suo ricordo era più recente. Invece di Zuleika non sapevo più nulla da anni e, per quello che ne sapevo, poteva anche essere stata uccisa, lobotomizzata, o addirittura trasformata in un uomo!
Non ci volevo pensare più, ma era inevitabile. Nuovamilano era rimasta come l’avevo lasciata e Michael mi chiese dove volevo andare. Gli risposi che avremmo preso qualcosa da bere, ma che prima volevo fare un giretto davanti alla casa di Zuleika.
Percorremmo le strade vecchie della città e giungemmo davanti l’edificio dove un tempo aveva abitato la donna, proprio dove avevo conosciuto Pepsi.
Via Nanni Svampa, davanti alla vetrata automatica.
- Ké intendi fare? - Senza rispondere mi appropinquai ai videofoni. “Zuleika 25Sharon”. Sorrisi. Poi provai a suonare. Michael mi osservava, quasi come un medico che studi il proprio paziente. Non rispose nessuno, abbassai lo sguardo.
- Abitava qi...
Michael mi passò una mano sulla spalla. Rialzai lo sguardo e lessi accanto al nome di Zuleika: “Baruch”. Era l’uomo che Pepsi aveva cercato. D’istinto suonai.
- Sì...? - Non mi aspettavo una risposta e non seppi rispondere. La voce chiese ancora, allora dissi: - Baruch? Sono un amiko di Pepsi.
- E ki è Pepsi?
- Il dottor Lawrence Òtomo Klarke. - Silenzio, poi: - Lej à sbalhiato persona, arrivedérci - e interruppe la comunicazione. Michael mi chiese: - Ki è Baruch?
Glielo spiegai. Michael mi ricordò che all’epoca Pepsi si trovava in una condizione psicologica particolare e che probabilmente si era inventata tutto. Mi convinse. Baruch era stata una scusa e forse anche tutta la storia delle caverne era una specie di allucinazione, frutto della prigionia del Bunker di Monaco, da dove era fuggita la prima volta.
- Ok, andiamo a bére qalkò§a.
- Un moménto, amici! - gracchiò una voce. Proveniva dal videofono. Mi avvicinai.
- Ki siete? - la voce non era quella di prima, era più profonda e un poco rauca.
- Siamo amici di Pepsi e...
- Salite! - e un ronzio puntiforme disserrò la vetrata che si aprì riverente come a un grandhotel. Guardai Michael un po’ stupito e un po’ contento. Entrammo. L’ascensore ci riconobbe come visitAtori, ci chiese con voce umana da chi volevamo andare e ci condusse sul pianerottolo. La porta dell’appartamento era già aperta e davanti c’era uno strano personaggio dai folti dread, la barba incolta e gli occhi glauchi, vestito di vera pelle.
- Ciao amici, jo sono Poubelle! - allungò un braccio e batté il pugno contro il mio, portandoselo poi al petto.
- Jo mi kiamo Krémo, luj Mikael. Pepsi mi àvéva parlato di té.
- Entrate.
L’appartamento sembrava sobrio e ordinato. Tentammo di entrare, ma da dietro giunse Baruch che alzando le mani ci fermò: - Sku§ate, sku§ate. Jo non vi konosko.
- Baruch, sono amici di Pepsi!
- Jo non konosko nemméno Pepsi!
Poubelle rimase interdetto e trascorsero alcuni attimi d’imbarazzo. Baruch si fece un po’ più gentile: - Perdonate siñori, il mio lavoro non mi permette di àvére vi§ite. - A quel punto uscimmo sul pianerottolo e allora Poubelle sciolse la situazione: - Sku§ate amici, Baruch è molto okkupato. Pòxo wshire kon voj?
- Preço - lo invitai.
Scendemmo in via Svampa e decidemmo di bere qualcosa. Poubelle sembrava molto simpatico e interessato alla storia di Pepsi. Ci rintanammo in un bar della galleria Demox piuttosto costoso e ci limitammo a ordinare tre caffè lunghi.
Gli raccontammo tutti i particolari, rivelandogli che un tempo Pepsi era uno scienziato e che tutto il sistema solare le stava dando la caccia. Incredibilmente Poubelle non aveva collegato la storia della sua Pepsi a quella di Lawrence Otomo Clarke, di cui avevano parlato tutti i media. Ma Poubelle era un Nouveau Gitane e non amava ascoltare molto i notiziari, soprattutto quelli politici. Parve abbastanza scosso quando gli giurai che si trattava di un uomo, ma ancora di più che era stata catturata dalla flotta Elios insieme a quella di Pietro II e che probabilmente si trovava a Romæ.
- C’èst inkredible! È wna stòria ko§ì axurda!
Rimanemmo un poco in silenzio, davanti alle tazzine ormai vuote. Michael ci offrì due belle sigarette di tabacco terrestre e ci rilassammo. Poubelle sembrava aver perso tutta la sua verve di Gitane, ora stava ricostruendo i momenti vissuti con Pepsi e gli sembrava incredibile aver aiutato una persona così importante.
Alla fine di un silenzio che sembrò interminabile, proprio mentre schiacciava il filtro nel portacenere, decise: - Vòlhio ajutarvi!
- Ti rinçratsio molto, Poubelle, - dissi accettando con l’espressione, - sinceraménte però non sò nemmèno kò§a potrò fare jo. - Lo osservai dispiaciuto. - In oñi ka§o rimaniamo in kontatto. Noj alloggiamo préxo la kuria, dammi un numero telefònico.
Poubelle fece vibrare i dread scrollando la testa: - Niente numeri, mi spiace. Jo ora abito da Baruch, sé àvéte bisoño mi trovate là. - Sorrisi, il gitano riprese: - ora vado; komunqe: bravo Krémo, lé àj provate tutte, - disse, poi si alzò dalla sedia e concluse, guardandoci benevolmente: - Non kredévo ké nélla società civile esistéxero persone kome té... mi rakkomando non mollate, inté§i?
- Farémo il poxibile, Poubelle - ci salutammo alla rasta e ci abbracciammo come due fratelli. Avevo conosciuto anche il mitico Poubelle.
14.2 - Detenute eccellenti.
La stanza di Buthaina era ancora buia, chiusa tra quattro pareti senza intonaco, graffiate da date e nomi. La donna riposava sulla sua brandina, coperta da lenzuola di canapa e un velo attorno al volto. Avvertì subito i passi della compagna avvicinarsi e socchiuse un occhio. Sulla parete solo un display che segnava ora e data, 21:17, VI iunius 2299pC / 2.1.3 Hu.
La porta blindata scricchiolò fastidiosamente, non bastava mai l’olio che periodicamente passava tra i cardini. La compagna entrò e accese la luce.
- Itfy!
- Buxy, is taykezyl! - Buthaina comprese subito dal tono della voce della compagna che serbava qualche notizia interessante. Allora si sollevò a sedere sulla brandina, visto che non riusciva proprio a prendere sonno.
Il volto di Zuleika era segnato da lievi solchi di stanchezza, provocati soprattutto dalla lunga permanenza nelle carceri, ma la sua bellezza traspariva comunque dietro quel velo di esperienza, gli occhi scuri e tondi, la carnagione bronzea, i neri capelli quasi appoggiati sulla testa.
- Buxy, hal ta’lamy man ata fy sijn al Vatikano?
Zuleika, la donna di origine libanese che mi aveva lasciato per raggiungere l’ASS ed era caduta in una trappola dell’Elios insieme a Phist; Zuleika, la clone di Sharon, famosa attrice d’inizio secolo, e consorella di clonazione di Verdenia, era proprio lei. Detenuta su Titano, era stata consegnata al Vaticano, a quello di Pietro II, ed era stata trasferita nel Carcere vaticano di Romæ.
Era stata successivamente processata e riconosciuta colpevole di spionaggio. Lei, che in fondo non c’entrava nulla, aveva sempre disconosciuto quella sua accusa.
Buthaina fece un cenno negativo, e Zuleika annunciò: - Alita!
- Là!?
Zuleika aveva saputo dell’arrivo nel carcere di Alita, la cyborg. Doveva assolutamente trovare un modo di uscire da quel carcere, mettendo insieme la propria conoscenza del carcere con le possibilità artificiali di Alita. Avrebbe dovuto mettersi in contatto con lei al più presto, ma sapeva che le autorità erano a conoscenza del loro passato e non avrebbero certo tollerato un loro incontro. Così, quella notte, escogitò un piano. Doveva farsi aiutare da Buthaina e sfruttare l’unico momento in comune delle carcerate.
Il giorno seguente come al solito Buthaina si recò in mensa, il capo ben protetto da un velo celeste, l’atteggiamento composto e determinato. Salutò alcune compagne e tenne gli occhi ben spalancati, doveva riconoscere Alita. Prese il suo vassoio e le posate, allineandosi in coda al self service.
L’odore di vapore, riso e arrosto invadeva la sala. Come primo avevano preparato una pasta alla panna. In fondo si trovava in Italia, dove si mangia bene anche in un carcere. Buthaina prese qualche mandarino, un mandarancio, una bottiglietta d’acqua, si guardò attorno, poi si fece dare un piatto di pasta, aggiunse del formaggio grattugiato, alzò ancora lo sguardo e riconobbe la cyborg. Per un attimo ebbe un tuffo al cuore. Sapeva che il suo incarico era delicato. Ma lei non si sentiva certo una sprovveduta, doveva solamente agire senza dare nell’occhio. Alita era appena entrata e, disorientata e affranta, si stava apprestando a consumare il suo primo pranzo vaticano. Come intuito da Zuleika, avevano assegnato ad Alita un turno differente dal suo, ma non da quello di Buthaina.
Lei la puntò, poi abbassò lo sguardo e tornò indietro nella fila, fingendo di essersi dimenticata qualcosa. Giunta vicino a lei, le dette una gomitata facendole cadere il panino che aveva in mano. Senza che Alita riuscisse a reagire, afflitta com’era, Buthaina agilmente chiese scusa e si chinò a raccoglierle la pagnotta, riconsegnandola ad Alita e tornando velocemente al suo posto in fila.
Alita inarcò le sopracciglia in segno di ringraziamento poi, quando strinse il pane per posarlo sul vassoio, si accorse che sotto vi era attaccato un pezzetto di carta. Si fermò per un istante, indecisa sul da farsi, infine finse indifferenza. Andò a sedersi dove trovò libero e cominciò a consumare il suo pasto meditabonda.
Scorse la ragazza che le aveva raccolto il pane andare via, e cercò di non guardarla troppo. Osservò le guardie carcerarie e, in un momento, sicura di non essere osservata, si nascose il pane con il biglietto in tasca. A fine pasto si alzò stringendo il vassoio e lo ripose nel vano degli avanzi.
Alita era una sorvegliata speciale e una telecamera posta nell’angolo del soffitto la spiava perennemente. Alcuni collegamenti interni le erano stati interdetti, come il comunicatore satellitare e il cellulare della testa. Ogni segnale, via etere o via interrete che fosse uscito dalla cella o dall’interno del carcere, era setacciato meticolosamente.
Ma sapeva che, almeno nel minuscolo bagno, nessuno l’avrebbe potuta vedere. Così, una volta ricondotta in cella, vi si chiuse dentro, estrasse la pagnotta dalla tasca e la voltò. Vi era attaccato un biglietto tipo post-it con una scritta dalla calligrafia molto minuta. Alita dovette avvicinarlo agli occhi, la scrittura era davvero troppo piccola, e anche così faceva fatica. Allora azionò lo zoom ottico dei bulbi oculari e cominciò a leggere.
“Alita, sono Zuleika e sono in questo carcere. Ricordi Arena City? Ho scoperto che Pietro II ha una vulnerabilità e vive nascosto a Palazzo Vaticano, non distante da qui. L’ho scoperto quando mi hanno processata. Le aule dei processi non sono lontane dalla sua stanza, ma è nella zona blindata. Quando sarai al processo fatti portare in bagno. Se riesci a liberarti, forse, con qualche tua capacità, riuscirai a raggiungere la stanza segreta. Zu’.”
Alita rimase esterrefatta. Che diavolo di messaggio è? È autentico?
Cominciò a studiarlo con maggiore attenzione. Citava Arena City. Che motivo poteva esserci per menzionare il quartiere di Alphagan? Probabilmente per autenticare il messaggio, per convincermi che è la vera Zuleika, decise. Poi si parlava di “vulnerabilità” del papa, di una stanza segreta e di aule di processi. Devo veramente credere a queste assurdità?
In effetti Pietro II non si era mai fatto vedere, e c’era l’ipotesi che potesse essere affetto, al contrario di quanto dichiarava, da una malattia che, perlomeno, lo immobilizzava.
Non può muoversi! concluse Alita, ripensando alla sua assenza nella battaglia di Psyche. Se riuscissi a rivelare che Pietro II ha ingannato il mondo lo destituiranno definitivamente. Forse è questa l’idea di Zuleika.
Infine si parlava di sue “capacità”. Zuleika sapeva, Alita poteva. Poteva sfruttare il computer interno e i sensori aggiuntivi per trovare quella stanza. Il ragionamento filava. Alita si sentì crescere l’adrenalina in corpo. Dopo il tentativo fallito di Mandela square, tornava nuovamente in gioco. E la posta sembrava alta.
Grazie, Zu’!
14.1 - Rapido Bern Cité-Nuovamilano.
Per l’ennesima volta rinvenni dal nulla con il mal di stomaco. Nausea, borse agli occhi, tensione, le solite cose insomma. Mi lavai, mi vestii e controllai la data: era il 3 giugno del 2299 (4.6.+199 Sys / 29.12.2 Hu); solo in quel momento mi ricordai che non era uno dei soliti risvegli, ora eravamo sulla Terra! Mi precipitai verso l’oblò della sala sit-air.
Il Belpianeta. La sfera celeste faceva ancora sognare. L’azzurrino sfumato del cielo si confondeva con quello più omogeneo del mare, mentre grosse formazioni bianche sfarinavano qua e là senza criterio apparente; soltanto le terre, una volta così verdi e rigogliose, ora ocra e marroni, ricordavano tutte le malattie del pianeta: la desertificazione, l’alto livello di radioattività, l’intensificazione dell’effetto serra, la carenza di ozono negli strati alti dell’atmosfera.
Tornavo sulla Terra dopo più di quattro anni ed ero emozionato. Avrei rivisto Nuovamilano e i luoghi dove avevo passato la prima gioventù. Lo shuttle sembrava essersi fermato ad ammirare la bellezza del pianeta come gesto di saluto e riverenza. I viaggiatori erano tutti attaccati agli oblò, ipnotizzati dallo spettacolo. Con me erano sull’astronave anche Sword e un accompagnatore dell’Autogoverno.
Rotti gli indugi il grosso buspace s’immerse nell’atmosfera densa e sinistra della Terra, puntando lo spazioporto Pioneer di Bern Cité, Svizzera, staterello sotto giurisdizione Sys. Lo shuttle effettuò un classico atterraggio con lungo spazio di arresto e paracadute frenante posteriore. Bern Cité è la capitale terrestre del Sys (essendo quella extraterra Alphagan), e il che non è poco.
Ci sbarcarono effettuando dei rigorosi controlli in quanto viaggiAtori provenienti da un luogo di battaglia. Mi fecero passare dal tunnel radiografico. Con tutti i rischi di contaminazione che c’erano al momento sulla Terra, un esame del genere sarebbe stato decisamente da evitare, ma non fu possibile. Mi scansionarono le iridi e i documenti, mi studiarono come una cavia.
Una volta superata ogni formalità ci trovammo nel terminal, accolti da una piccola corte di personaggi eleganti. Due uomini capitanavano il gruppetto. Avanzarono con sorrisi cordiali: - Welkome! - Io e Sword rispondemmo educatamente, attendendo che si presentassero: - I’m mr. Laden Delany, dé Démox ambaxador in Bern Cité, - precisò uno di loro - and he’s mr. Chur Weçhman, spokesman of Skweitz çovernor.
Ci fecero cenno di seguirli, senza perdere tempo in chiacchiere. Ci condussero nelle rispettive auto governative, due limousine presidenziali con vetri oscurati e bandierine sul cofano, io con l’ambasciatore, Sword con l’esponente del Sys, e la colonna di vetture prese a scorrere lentamente lungo le strade leggermente trafficate della capitale.
Il sole era alto sull’orizzonte, ma il suo disco era offuscato da una caligine sinistra che nella nostra mente associavamo, forse non del tutto a torto, agli alti livelli di radioattività. La gente continuava a camminare comunque per la strada, unta con la crema protettiva. Nessuna ricerca aveva definitivamente dimostrato l’incidenza di questa atmosfera sui tumori e la lucemia, ma la sua nocività era ormai unanimamente accettata.
Nell’auto spaziosa non incontrai mai lo sguardo dell’ambasciatore che disse frasi banali di convenienza, informandosi su come avevo viaggiato e se mi ero risvegliato bene, cercando di non accennare alla battaglia di Psyche. Mentii per non preoccuparlo e girai lo sguardo verso gli edifici e le persone all’esterno.
In una decina di minuti le vetture raggiunsero un garage sotterraneo. Ci fecero scendere ed entrare in un ascensore che, inaspettatamente, scendeva anziché salire. Ai nostri volti interrogativi, l’ambasciatore si affrettò a spiegare: - Dis is dé Skweitz Bunker - con il tono solenne di chi si riferisce a una celebre costruzione. Annuimmo.
Dopo qualche secondo di discesa la porta si aprì e ci trovammo in un ambiente di disimpegno. Le pareti sembravano pannelli truciolari a base di legno. Un uomo elettrico ci aprì una porta, oltre la quale ci trovammo in una specie d’incrocio tra una sala riunioni celebrativa e un quartier generale militare. Le pareti erano occupate da schermi e da consolle di comandi di ciò che aveva tutta l’aria di essere un supercomputer, al centro della sala un tavolo ovale in legno autentico (erano anni che non ne vedevo uno) con piccoli video e microfoni installati sulla superficie, era circondato da sedie in stile Luigi XIV.
Ci fecero accomodare. Al cenno dell’esponente Sys un paio di uomini elettrici ci allungarono bottiglie d’acqua, sigarette, cioccolatini e altre cose che non ebbi il tempo di riconoscere. Sword sorrise imbarazzato, poi si prese una sigaretta: Lucky Greenhouse filter, vero tabacco terrestre! Lo imitai senza indugi e un uomo si affrettò a farci accendere. Espirammo il primo tiro all’unisono, e i due politici imitarono molto male la nostra smorfia di piacere, realmente molto genuina.
L’ambasciatore prese la parola: - Do you want to speak ençlish? Ou français? Dewtsche? Jtaliano?
- Ençlish or jtalian - precisai. Sword decise: - Noj di sòlito parliamo in jtaliano. Ci sémbra più “privacy”.
I due politici presero atto e, con assoluta professionalità, mr. Weghman, il politico Sys, cominciò: - Siñori, benvenuti in Sfittsera - sovrapponendovi un sorriso - àbbiamo pré§o akkòrdi kon il çoferno Démox, ké il siñor Délany rappre§enta, pér potérfi rendere wtili a qésta brutta faccenda. Il siñor First Sekond, - disse guardando Sword e svelandomi i cognomi del capo dell’ASS, - okkuperà mansioni in qésto Bunker di Bern Cité, protetto e al sikuro da oñi fastidio...
Volse lo sguardo verso Delany, che continuò a esporre le loro disposizioni: - Lej invéce, siñor Krémo Baroncinij, verrà akkompañato da un nòstro inkarikato a Nuovamilano, dove sarà akkòlto dall’Abate Frullifer, e risiederà prexo la kuria dél Nuòvo Vatikano.
I due fecero una pausa, come ad attendere una nostra reazione, che non ci fu. Avevamo in effetti la vaga sensazione di essere prigionieri, anche se forse avevamo ancora la possibilità di movimento. Fin da Mandela square eravamo stati sempre tenuti sott’occhio, e probabilmente lo saremo stati ancora per molto. Un “accompagnatore” mi avrebbe consegnato nelle mani di un abate, a disposizione del papa di Nuovamilano, Paolo VIII. Ma la cosa che c’innervosiva di più era, forse, che ci stavano dividendo: Sword sarebbe rimasto in territorio Sys, mentre io sarei tornato in zona Demox. Non ci piaceva molto, ma fummo costretti ad accettare, non avevamo scelta.
Chiesi alcune garanzie sull’uomo che mi avrebbe accompagnato e sull’abate che mi avrebbe accolto. Delany chiamò qualcuno con un interfono e dopo pochi minuti si presentò una guardia con un microchip. Delany lo soppesò tra le dita, poi lo accese e un ologramma di testo si dipanò davanti ai nostri occhi. C’erano i curricula delle persone in questione con tanto di foto. Mi mostrai soddisfatto, anche se dovetti faticare un po’, e forse lo intuirono.
- Non si preòkkupi, insieme all’Abate Frullifer ci sarà Mikael, lo àbbiamo fatto arrivare direttaménte da Marte! - La notizia mi sollevò un po’. Michael, la guardia del corpo che avevo a Mœris, su Marte, l’uomo dell’Expinc che era diventato un mio amico inseparabile, l’uomo che non mi aveva tradito al momento opportuno, che ci aveva aiutato a fuggire, ora sarebbe stato di nuovo al mio fianco!
- Bene. Ora kiamerò John ké l’akkompañerà direttaménte alla statsione, dove un treno ad alta velocità la kondurrà a Nuovamilano. È il mezzo più sikuro e rapido, non si akkorgerà nemméno di viaggiare.
Annuii, poi salutai Sword, abbracciandolo con titubanza. I due politici ci fissarono, poi mr. Weghman toccò Sword leggermente sotto il gomito: - Lé mostrerò l’ala délhi allòggi e la mensa, lej sa ké è molto rinomata qi in città?
Sword mi guardò senza espressione e, dopo un paio di secondi, si alzò dalla sedia e seguì il politico del Sys. Rimasi nella stanza con Delany, in attesa del mio accompagnatore. Mi spiegò alcune cose sul biglietto e sul comfort, ma non lo stavo più a sentire. Si presentò un uomo molto più alto di due metri, grosso e nerboruto, sicuramente cresciuto in una colonia a bassa gravità.
- Hi, I’m John.
- Krémo - risposi stringendogli la mano.
Ancora su e giù per ascensori, ancora a destra e sinistra per corridoi, nuovamente ben sicuro in un’auto a vetri oscurati a osservare i pedoni unti, nuovamente pronto ad affrontare un viaggio.
In un quarto d’ora io e John ci trovammo nell’atrio caotico ma spazioso della stazione ferroviaria di Bern Cité. La gente mi parve bassa, abituato com’ero alle stature di Marte o di altri pianeti, ma ogni tanto spiccava qualche gigante come John. La stazione brulicava di monitor e macchinette distributrici di biglietti, cibo, bevande, cartine, fotografie, musica e video. Era comunque sempre un’emozione per me vedere come tutto sembrava ricordare il passato. La stazione di Bern Cité non era in fondo così diversa da come poteva apparire un paio di secoli prima o anche di più.
Il treno era un missile di gomma. Lungo, aerodinamico e scuro, era di un materiale che lo rendeva snodabile a ogni metro, come una specie di canna per innaffiare. All’interno sembrava di essere in un salottino o in una sala da Bingo. Divanetti, ologrammi e macchinette dispensatrici di ogni necessità, schermi con giochi elettronici, luci di ogni colore. Molto più confortevole e accessoriato di un buspace di seconda classe. Cominciavo a credere alle parole di Delany. Non salivo su un treno terrestre da anni e non mi ricordavo tanto sfarzo e comodità. Certamente, per non scomparire ed essere soppiantati dal trasporto aereo, i servizi delle ferrovie dovevano essere in qualche modo superiori.
Localizzammo i posti, spensi una fastidiosa brezzolina artificiale e sistemai la conformazione del divanetto.
- Véry konfortable, do you dink? - rivolsi la parola per la prima volta a John, ma non sembrava proprio autorizzato a parlare. Annuì con un battito di palpebre e rinunciai definitivamente al dialogo.
Dopo pochi minuti sentii una lieve vibrazione, come un movimento bradisismico. Deoscurai il finestrino e vidi alberi e montagne schizzare a tutta velocità come se il mondo stesse sfuggendo. Una voce c’informò che eravamo partiti e stavamo viaggiando sui binari magnetici a 400 chilometri orari.
Dopo un’ora, durante la quale non riuscii nemmeno a superare il primo schermo della simulazione di un treno ultrarapido, la stessa voce annunciò l’arrivo alla stazione Centrale di Nuovamilano. Il treno si era fermato e John mi fece segno di guadagnare l’uscita.
Scesi, John a fianco come un cane, e superai i varchi di sicurezza. La stazione era coperta da una tensostruttura che s’innalzava nel cielo a decine di metri di altezza. Nelle migliaia di metri cubi sottostanti, una casbah di ologrammi pubblicitari svolazzava spostandosi per mostrarsi a più persone possibili.
A un certo punto John si bloccò e attese. Lo osservai piegando la testa verso l’alto, cercando di capire cosa celasse dietro la sua maschera impassibile. Nulla. Poi i suoi occhi si accesero. Un frate in saio si stava avvicinando verso di noi. Mi stava osservando con un sorriso solare. Poco dietro intravidi Michael. Gli andai incontro e ci abbracciammo come vecchi amici.
- Krémo. Sono felice ké staj ankora bene! - debuttò con gli occhi pieni di emozione, - qésto è l’Abate Frullifer, bravixima persona. - L’Abate mi strinse la mano e mi salutò alla latina: - Ave Krémo!
Mi sentivo sollevato, dalle mani di un gigante passavo in quelle di un frate e un amico.
- Sono kontento di rivedérti!
- Vekkia ròccia, ko§’àj kombinato su Psyke, eh?
Nel frattempo l’Abate parlottò con John e lo congedò retribuendolo con una scheda di credito.
I due chiamarono quindi un taxibus.
- Wshita 4. He’s waitinç fòr us.
- Krémo kapishe l’jtaliano - intervenne Michael.
- Ma jo nò, ah ah! - scherzò il religioso. - jo parlo pòko jtaliano, latino bene.
- Non si preòkkupi, abate, lej può parlare...
- L’Abate Frullifer è arciprete - spiegò Michael, - à konservato il nome délla funtsione precedente perké è konoshuto ko§ì da tutti, ma ora è arciprete délla kuria di Nuovamilano.
- Ah, ok.
Il gelo si era sciolto. Salimmo sul taxibus che ci avrebbe condotto a Palazzo Marino, la nuova sede della corte papale.
Mentre Michael mi parlava delle sue vicissitudini su Marte, degli interrogAtori che aveva subìto, mi distrassi guardando fuori del finestrino. Ben presto smisi di ascoltare la mia ex guardia del corpo, rapito dalla città dove avevo passato la gioventù e che mi aveva visto qualche anno dopo cercando di redigere la tesi e trovando un amore ormai dimenticato: quello di Zuleika, la italoaraba clonata.
La città sembrava abbastanza frenetica, nonostante tutto. Vetrine e semafori cercavano di normalizzare una situazione non proprio delle migliori. Le piazze e gli incroci erano spesso protetti da cortine trasparenti che riparavano da quello che un tempo aveva fatto sognare e che ora era minaccioso: il cielo, povero di ozono e ricco di isotopi radioattivi.
Nuovamilano. Palazzo Marino. Alla corte del papa. In compagnia di un arciprete e un giurato Demox: non mi rendevo veramente conto di quello che mi stava succedendo.
- Ora l’Abate Frullifer ci kondurrà nélhi allòggi pròprio a Palattso Marino, lé nòstre stantse sono kontiçue. - Queste parole mi fecero rifocalizzare l’attenzione su Michael. - Domani ti mostrerà il palattso e ti farà vi§itare lé sontuo§e sale kon j pretsio§iximi affréski. E pòj, tempo qalke giorno... - voleva attrarre di più la mia attenzione, me ne accorsi, lo fissai negli occhi, - saraj ricewto da Paolo VIII.
- Kò§a?! Devo andare dal papa?
- Ci siamo, da papa - siglò Frullifer seguito dalla lieve frenata del tassista elettrico. Guardai fuori dal finestrino: piazza della Scala, da un lato il teatro, dall’altra Palazzo Marino.